L’autunno entra nel vivo: scuola, conti e nucleare cambiano l’agenda

La scuola e il modello italiano di integrazione, i conti pubblici alla vigilia della manovra e il ritorno del nucleare nella strategia energetica nazionale. Sono questi i tre dossier che hanno scandito la settimana politica ed economica italiana, arrivando tutti, pur su piani molto diversi, a passaggi destinati ad avere effetti ben oltre la cronaca degli ultimi giorni.

È stata soprattutto la scuola a occupare il confronto politico. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che introduce nelle classi prime un limite del 30% per gli studenti che non abbiano maturato un percorso sufficiente nel sistema scolastico italiano. Il criterio non coincide dunque semplicemente con la cittadinanza: nella scuola primaria vengono considerati gli alunni non nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia, mentre nelle secondarie il riferimento è al completamento con esito positivo di almeno tre anni nel sistema nazionale di istruzione. Sono previste deroghe e risorse aggiuntive per rafforzare l’apprendimento dell’italiano nelle realtà in cui il limite non possa essere rispettato. Il governo presenta la misura come uno strumento per impedire la formazione di classi-ghetto e favorire l’integrazione attraverso la conoscenza della lingua; opposizioni e parte del mondo della scuola ne contestano invece impostazione ed efficacia.

A rendere il caso ancora più politico è stato il confronto seguito alle parole di Sergio Mattarella, che inaugurando l’anno scolastico aveva richiamato il principio costituzionale della scuola «aperta a tutti» e indicato proprio nell’istruzione una delle principali leve di integrazione. Giorgia Meloni ha risposto ricordando le circolari emanate dallo stesso Mattarella quando era ministro dell’Istruzione tra il 1989 e il 1990, nelle quali si invitava a evitare un’eccessiva concentrazione di studenti stranieri nelle stesse classi. Una polemica che ha accompagnato per diversi giorni la discussione sul decreto, mentre il governo ha progressivamente precisato che il parametro centrale sarà quello linguistico e non la sola nazionalità.

Sul versante economico, invece, la settimana ha riportato al centro gli spazi disponibili per la prossima legge di Bilancio. Il rapporto deficit/Pil del 2025 è stato confermato al 3,1%, appena sopra la soglia europea del 3%, facendo slittare l’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato nel 2027 l’orizzonte per il rientro, mentre all’interno della maggioranza si è riaperto il confronto sulle risorse da destinare alla manovra e sull’ipotesi, sostenuta dalla Lega, di ricorrere a maggiore flessibilità di bilancio.

Il punto è che il cantiere della manovra continua contemporaneamente a riempirsi di interventi. Tra le priorità resta un nuovo alleggerimento dell’Irpef per il ceto medio, accanto alle ipotesi di flat tax sugli aumenti salariali dei giovani, detassazione degli incrementi contrattuali e nuove misure sugli affitti commerciali. Sullo sfondo rimane anche il capitolo previdenziale, con la maggioranza chiamata a scegliere quanto spazio destinare a nuove forme di flessibilità in uscita. Il dato del deficit non cancella quindi gli obiettivi annunciati, ma rende più stringente una questione che accompagnerà tutta la costruzione della legge di Bilancio: quali misure finanziare e quali, invece, rinviare.

A chiudere la settimana è arrivato poi un passaggio destinato a incidere sulla politica energetica italiana dei prossimi anni. Il Senato ha approvato in via definitiva, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti, il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile, già licenziato dalla Camera. Dopo quasi quarant’anni dalla chiusura delle centrali seguita al referendum del 1987, l’Italia torna così a dotarsi di una cornice normativa che consente al governo di disciplinare costruzione ed esercizio degli impianti, sicurezza, gestione del combustibile esaurito e delle scorie, oltre agli organismi di controllo.

Non significa che nuove centrali siano dietro l’angolo. La partita passa ora ai decreti attuativi e alla scelta delle tecnologie, con il governo orientato soprattutto verso i piccoli reattori modulari. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato nel 2033-2034, «ben che vada», un possibile orizzonte per l’avvio della produzione nucleare in Italia. La maggioranza considera il ritorno all’atomo uno strumento per rafforzare sicurezza e autonomia energetica e accompagnare le rinnovabili; M5S e Avs contestano invece costi, tempi e gestione delle scorie. Il voto di questa settimana non chiude dunque il dossier: apre, piuttosto, la fase in cui il ritorno al nucleare dovrà passare dalla scelta politica alle regole, ai progetti e alle condizioni concrete per realizzarlo.