L’Italia verso il governo Draghi

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Mario Draghi ha accettato con riserva l’incarico affidatogli dal capo dello Stato di formare un nuovo governo dopo l’implosione del Conte II. L’intervento di Sergio Mattarella è stato decisivo per rompere l’empasse nella ex maggioranza. Se nei giorni precedenti i soci giallorossi si erano dimostrati fatalmente incapaci di rimettere assieme i cocci di una coalizione crollata sotto il peso delle proprie incongruenze, il vero rischio da non correre agli occhi del Colle era quello di esporre il paese a una fase prolungata segnata dall’assenza di leadership.

Draghi farà ritorno al Quirinale dopo aver terminato nella mattina di sabato le consultazioni con Lega e M5s. Davanti al celebrato ex presidente della Bce (2011-19) e governatore della Banca d’Italia (2005-11) si staglia un’opportunità per certi versi storica. Chiudere una lunghissima stagione contrassegnata dai fallimenti della politica – l’Italia è un paese in declino da decenni senza che nessuno degli esecutivi alternatisi in questi anni sia mai stato in grado di invertire la tendenza – oltre che di gettare le basi per il rilancio nazionale dopo lo shock pandemico attingendo ai fondi europei.

Tutto ciò aiuta a comprendere meglio il senso di aspettativa quasi messianica che si è diffuso nel nostro paese attorno alla figura di Draghi e alle sue pretese capacità taumaturgiche di salvare l’Italia da sé stessa. Comunque la si pensi sarà un’impresa titanica, né vi è la certezza di essere realmente alla vigilia di una nuova stagione per la vita sociale e politica del nostro paese. Di certo c’è che un governo Draghi abbia tutti i crismi per rappresentare una vera opportunità di riscatto per i tanti attori della politica.

Nel centrodestra la prima a reagire positivamente è stata Forza Italia, che ha comunicato la sua disponibilità a sostenere il premier incaricato a costo di rompere il fronte con gli alleati di Lega e Fratelli d’Italia. Troppo alto, infatti, il costo politico di un eventuale rifiuto da parte di chi si è sempre definito europeista e moderato. Per non parlare della possibilità di recuperare una quota della centralità perduta dopo una lunga stagione vissuta all’ombra degli alleati.

Discorso più articolato per la Lega, che ha davanti a sé la grande occasione di scrollarsi di dosso l’etichetta di forza sovranista e anti-Ue sostenendo apertamente un esecutivo destinato a risollevare posizione e credibilità internazionale dell’Italia. Salvini avrebbe inoltre la possibilità di approfondire il radicamento del proprio partito in seno all’area moderata del paese, veicolando gli interessi di quei decisivi ceti produttivi rimasti largamente ai margini dell’azione politica e dei programmi del Conte II.

Soprattutto quando l’alleato-rivale di Fratelli d’Italia sembra non avere dubbi sul fatto di non voler prendere parte alla coalizione in via di costituzione. Meloni è stata recentemente eletta presidente del Partito dei conservatori e riformisti europei, un risultato che ne conferma l’accreditamento in seno alla famiglia della destra di governo euroscettica e chiarisce difficoltà e implicazioni connesse a un suo eventuale sostegno a Draghi.

Se non vi sono mai stati dubbi sulla scelta pro-Draghi di Renzi (ancora una volta, king maker dell’esecutivo) e Partito Democratico (impossibile dire di no a Mattarella), la novità delle ultime ore è il bagno di realtà che spinge anche il M5s verso il sì al premier incaricato, mettendo da parte ipotesi romantiche e fantasiose quali la resistenza a oltranza per ottenere il Conte III. La discesa a Roma del comico-fondatore Grillo per partecipare alla consultazione di domani mattina è emblematica.

Anche in Italia si delineano dunque i contorni di quella che potrebbe essere la nuova “maggioranza Ursula”, sulla falsariga dello schema che portò all’elezione dell’attuale presidente della Commissione Ue a Bruxelles: la precedente maggioranza giallorossa più gli azzurri di Forza Italia. Con la possibile aggiunta leghista. Niente male per la Legislatura che dopo il voto del 2018 avrebbe dovuto sanzionare l’affermazione di un bipolarismo populista tricolore.