La crisi del M5s dietro alla fiducia a Draghi

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Non è un momento facile per il M5s, primo partito antisistema a raggiungere il potere in Italia ed Europa e, fino a non molto tempo fa, anche principale forza politica nel paese. La fiducia votata in settimana al nuovo esecutivo presieduto da Mario Draghi ha fatto esplodere le lacerazioni nell’anima pentastellata. Da una parte l’idea dolorosa di dover accettare una definitiva trasformazione in partito tradizionale, prestando il proprio sostegno all’ex capo Bce. Dall’altra quella improbabile di rompere con la coalizione e tentare di giocare ancora una volta la parte dell’outsider.

L’esito del voto in Parlamento chiarisce la direzione presa dal Movimento e spiega la ferocia delle polemiche di questi giorni, con buona pace dei tentativi di mediazione del garante Beppe Grillo che sul suo blog ha cercato di spiegare agli attivisti le ragioni della nuova normalità dei 5Stelle. In precedenza il comico genovese si era dovuto spendere personalmente anche per favorire la nascita del nuovo governo, partecipando alle consultazioni romane e confermando, seppure indirettamente, la mancanza di una vera leadership politica e l’appannamento di quella dei fondatori. Il tutto a cinque anni di distanza dall’uscita formale di Grillo dai meccanismi decisionali pentastellati.

In termini strutturali, la fiducia a Draghi ha alimentato un processo che va avanti dal 2018, anno delle trionfali elezioni politiche con cui il M5s elesse ben 333 parlamentari. Il riferimento è in questo caso alla costante erosione numerica dei gruppi pentastellati di Camera e Senato in occasione di votazioni cruciali. Tra espulsi e fuoriusciti le truppe grilline hanno già perso 65 eletti, un numero destinato a crescere nelle prossime settimane quando scatteranno le sanzioni ai tanti dissidenti che non hanno votato la fiducia a Draghi fra Montecitorio e Palazzo Madama (quasi una cinquantina considerando contrari, astenuti e assenti).

Un altro dato interessante su cui riflettere concerne il definitivo esaurirsi della forza espansiva dei partiti populisti che avevano terrorizzato cancellerie ed opinioni pubbliche europee negli ultimi tre anni. La virata pro-Draghi del M5s coincide infatti con la pubblica professione di fede della Lega alle ragioni dell’euro e dell’Ue, mediante la fiducia al premier. Da questo punto di vista la traiettoria dei due partiti italiani – soprattutto dei 5Stelle – coincide perfettamente con quella di altre forze antisistema europee come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna. Movimenti nati in aperta contestazione dei partiti tradizionali e dei meccanismi di gestione del potere finiti per esser completamente assorbiti dai sistemi che si promettevano di sovvertire.

Ma il vero lascito dell’ultima crisi di nervi grillina riguarda il futuro del Movimento e della sua leadership. Le polemiche degli ultimi giorni si sono polarizzate sulla linea incarnata dallo stesso Grillo, che prospetta la trasformazione del Movimento in forza ambientalista, pro-Europa e alleata del Partito democratico, dunque definitivamente organica a uno schieramento di centrosinistra alle prossime elezioni; e un’altra di segno diametralmente opposto che segue le tesi dell’ex leader movimentista Alessandro Di Battista, uscito dai 5Stelle per contestare il sostegno a Draghi e ora sostenitore di un ritorno alle origini come forza di protesta, libera da vincoli di alleanze e con un atteggiamento critico nei confronti dell’Ue. Il rischio di precipitare nell’irrilevanza è forte. Lo testimonia il costante declino elettorale e negli indici di rilevamento. Anche per questo restano forti le quotazioni dell’ex premier Giuseppe Conte come ultima risorsa di un partito che sembra aver completamente perso la forza propulsiva degli ultimi anni.