La conta degli interessi dietro al taglia-poltrone

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Mentre il Mediterraneo ribolle, la Libia sprofonda ogni giorno che passa nel caos e il Medio Oriente è spazzato dai venti di crisi fra la superpotenza americana e lo sfidante persiano, la politica italiana aggiunge un ulteriore tassello al già notevole processo di progressiva dissociazione dalla realtà circostante con il balletto impietoso andato in scena negli ultimi giorni sul referendum confermativo del taglia-poltrone.

La querelle sulla consultazione popolare costituisce l’ennesimo terreno di scontro politico tra chi opera per stabilizzare l’attuale legislatura e chi, al contrario, punta a tornare quanto prima alle urne. Con buona pace delle questioni di principio (lo scorso ottobre non avevano votato quasi tutti per la riduzione del numero dei parlamentari?) o della possibilità di assistere senza muovere un dito al letterale stravolgimento del mondo che ci circonda. Con effetti potenzialmente devastanti per il nostro interesse nazionale – concetto a ben vedere alieno agli occhi di chi ci governa e forse proprio per questo messo da parte senza troppi patemi.

L’iconica riforma costituzionale voluta fortemente dal M5s mira a ridurre di un terzo il numero dei parlamentari (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) e sarebbe dovuta entrare in vigore nei tre mesi successivi alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, a meno che non si presentasse prima una richiesta di referendum confermativo. Cosa puntualmente verificatasi nelle ultime ore, dopo che le nuove sottoscrizioni tra i senatori leghisti hanno permesso di compensare il ritiro a sorpresa di quattro eletti di Forza Italia di area Carfagna (la corrente “Voce libera”) e i dubbi di alcuni firmatari Pd.

Sulla riforma non sono mancate le critiche o i motivi di dibattito: secondo gli scettici, difatti, il taglio dei parlamentari finirebbe per comprimere la rappresentanza degli elettori, rendendo i gruppi parlamentari più piccoli e dunque meglio controllabili da leader e segretari, col risultato di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Ma più che prestarsi a una dotta disputa giuridica e costituzionale, l’impressione è che la vicenda si leghi soprattutto ai giochi di potere fra gli attori dell’agone politico.

Senza il referendum, come visto, a metà gennaio sarebbe entrata in vigore la riforma mentre ora bisognerà aspettare il responso dei cittadini. E con la maggioranza che trovava giusto nella giornata di ieri l’accordo di massima sulla legge elettorale (un proporzionale con sbarramento al 5%, sul modello tedesco), ecco che il taglia-poltrone si è rivelato per quello che forse realmente è: uno strumento per aggirare l’ostacolo e andare subito al voto con l’attuale sistema. Obiettivo naturalmente caro alla Lega salviniana, come pure a tutti quanti agognano di tornare a votare con mille seggi in palio. Con delle controindicazioni: in caso di crisi del Conte II e di prospettiva di urne anticipate, non è da escludere che il Quirinale favorisca la nascita di un altro governo, chiamato a gestire il referendum prima dello svolgimento delle nuove elezioni politiche.

Sia come sia, è un fatto che il vero tema del conflitto non riguardi più la bontà della riforma: smarrita infatti la battaglia ideale contro la riforma dei parlamentari, resta la conta prosaica degli interessi dei singoli e dei partiti.