La crisi d’identità della Nato è di scena a Londra

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Si sono svolte a Londra le celebrazioni per i 70 anni della Nato, il pilastro della sicurezza euroatlantica e dell’ordine occidentale plasmato all’indomani del secondo conflitto mondiale, che al tempo del nuovo disordine mondiale conosce un’innegabile crisi d’identità. Acuita dai forti dissensi tra Stati Uniti e alleati europei su dossier più disparati quali difesa ambientale, dazi e regole commerciali, disarmo nucleare, Medio Oriente e Iran, Brexit e financo multilateralismo.

Oltre che dallo stile dialettico e dall’agenda (America first) dell’attuale inquilino della Casa Bianca – benché la divaricazione fra le due sponde dell’Atlantico fosse già in essere al tempo della presidenza Obama. Oggigiorno il problema principale dell’Alleanza Atlantica è il fatto che europei e turchi non riconoscono più la stessa urgenza attribuita invece dagli Stati Uniti alle minacce alla sicurezza comune. Non che al vertice di Londra mancassero nemici presunti o reali. Il summit britannico è stato infatti il primo nella storia dell’alleanza a prendere in seria considerazione il pericolo cinese, sia sul potenziale minaccioso delle telecomunicazioni (Huawei e soci) che per la rete di infrastrutture a tenaglia in via di costruzione sui fianchi d’Europa (Africa, Artico, Medio Oriente).

Contro Mosca, gli alleati starebbero invece mettendo a punto un piano per rispondere alle tattiche di guerra ibrida russe, mentre Ankara teneva banco suo malgrado per la resistenza ad approvare la difesa del fronte orientale in assenza del riconoscimento del Pkk come organizzazione terroristica. A margine del summit c’è stato naturalmente spazio anche per il bilaterale Trump-Conte: l’Italia vanta infatti una relazione solidissima con gli Stati Uniti, suffragata dalla considerazione che gli americani nutrono per Roma nonostante alcuni recenti sviluppi abbiano creato una serie di frizioni. Il riferimento è naturalmente alla controversa adesione italiana alla Bri, oltre che più di recente all’assenza del ministro Di Maio al G20 di Tokyo, come pure all’invocazione della “non-ingerenza” rispetto alle proteste a Hong Kong e ad alcune posizioni sui campi di detenzione cinesi nello Xinjiang da parte di intellettuali vicini ai 5-Stelle.

Washington vuole inoltre che Roma aumenti in maniera consistente la sua spesa militare, tenuto conto che l’1,2% del Pil è attualmente molto distante dal target del 2% stabilito in sede Nato. Sul caso del 5G cinese si è acceso un piccolo giallo diplomatico, con Trump a sostenere che l’Italia avrebbe interrotto la collaborazione con Huawei e Conte invece a smentire di aver trattato l’argomento con il presidente Usa.

Il malinteso segnala la complessità di un dossier strategico per il futuro delle nuove telecomunicazioni, come pure dei rapporti securitari fra gli alleati occidentali. Oltre che della pericolosità di valutare con meri criteri di stampo consolatorio-economicistico partite invece suscettibili di intaccare la traiettoria geopolitica di una potenza.