Lo scontro fra Trump e apparati Usa è sempre più scenografico

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Donald Trump è il terzo presidente degli Stati Uniti a essere sottoposto a procedura di impeachment. In settimana la Camera dei rappresentanti ha votato a favore dell’apertura di un processo contro l’inquilino della Casa Bianca per le pressioni all’Ucraina di indagare il rivale democratico Joe Biden. Nonostante gli scenografici appelli dei suoi avversari politici e di una buona parte della stampa americana e internazionale, per il momento il voto mantiene un mero valore simbolico giacché tutto dipenderà dal pronunciamento finale del Senato, controllato dai repubblicani e dove è necessaria una maggioranza dei due terzi per far passare l’incriminazione contro Trump.

Dietro al possibile impeachment del magnate newyorkese infuria da anni lo scontro tra Casa Bianca e apparati nazionali (Congresso, Pentagono, agenzie federali e burocrazie nazionali). In ballo c’è il futuro degli Stati Uniti e del loro informale impero. Vi rientrano questioni cruciali come cosa vorrà fare Washington della Russia, se conservarla come acerrimo nemico oppure tramutarla in un socio di minoranza da impiegare nel contenimento anticinese.

Una questione talmente cogente che intorno a questa infuria da anni lo scontro tra Casa Bianca e apparati. Fino al formale impeachment di mercoledì. Già al presidente Obama fu impedito dalle agenzie federali di considerare il Cremlino come un interlocutore legittimo. Lo stesso capita oggi con Trump, persuaso della necessità di usare Putin contro Xi Jinping, ma ostacolato nel proposito fin dalle prime battute del suo mandato attraverso il cosiddetto Russia Probe. Ma, a differenza del predecessore, l’imprenditore newyorkese non è voluto tornare sui suoi passi – nonostante del nuovo corso non vi sia traccia. Anzi, due giorni dopo la presentazione del rapporto Mueller che non lo incriminava penalmente, lo scorso luglio ha rilanciato minacciando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky di trattenere gli aiuti militari in favore di Kiev per 400 milioni di dollari se questi non avesse annunciato l’apertura di un’inchiesta ai danni del democratico Joe Biden. Per centrare due obiettivi in un colpo solo: segnalare alla Russia la propria ritrosia nel consegnare armamenti all’Ucraina e colpire colui che considera come il principale avversario nelle presidenziali del prossimo anno.

Evidentemente troppo per gli apparati, che non possono concedere a Trump di anteporre i capricci personali alla realizzazione di un dossier strategico, ovvero l’inserimento dell’Ucraina nella sfera d’influenza americana in funzione antirussa. Di qui, l’esposto anonimo di un agente della Cia che avrebbe ascoltato la telefonata tra Trump e Zelensky, origine dell’impeachment celebrato alla Camera dei rappresentanti. Salvo impensabili cataclismi, però, al Senato il presidente sarà assolto dalla maggioranza repubblicana e rimarrà alla Casa Bianca almeno fino alle elezioni del prossimo anno. Ben venti senatori repubblicani dovrebbero infatti sfilarsi dalle posizioni del partito e assecondare le richieste dei democratici. Ma ancora una volta il messaggio lanciato dalle agenzie federali pare cristallino: nessuna svolta con la Russia.  Qualsiasi distensione bilaterale sarebbe infatti equiparata a un pericoloso tradimento degli ideali statunitensi.