La crisi dell’Ilva nel messaggio di Mattarella a Conte

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L’annunciata restituzione allo Stato dell’ex Ilva di Taranto da parte del colosso mondiale dell’acciaio ArcelorMittal ha scoperchiato il temibile vaso di Pandora delle irrisolte crisi aziendali italiane. Con oltre 10 mila occupati in tutta la Penisola, una capacità produttiva di 6 milioni di tonnellate d’acciaio annue e un giro d’affari pari a circa l’1,4% del Pil nazionale (ovvero 24 miliardi di euro, grossomodo la stessa cifra stanziata dal governo per scongiurare l’aumento dell’Iva), quella dello stabilimento siderurgico pugliese rientra fra le più gravi crisi industriali che hanno investito il nostro Paese negli ultimi anni. Se non la più grave.

Il ministero dello Sviluppo economico non è solito diffondere dati precisi, ma allo scorso giugno i tavoli di crisi aperti a Via Vittorio Veneto 33 sarebbero stati oltre 150, per 200 mila lavoratori coinvolti e 20 aree industriali di crisi complessa. Ovvero realtà territoriali o gruppi di più comuni dove è venuta meno la principale impresa locale, con conseguente declino economico, industriale e sociale per l’intero territorio coinvolto. Come appunto è il caso di Taranto. Non stupisca dunque la subitanea convocazione al Colle del premier Conte all’indomani dell’infruttuoso incontro di mercoledì con i vertici del colosso franco-indiano. Culminato nella pretesa dei suoi negoziatori di far accettare all’esecutivo modifiche contrattuali, differenti condizioni di mercato, uno scudo penale e ben 5 mila esuberi nel polo siderurgico pugliese. Richieste semplicemente inaccettabili per Palazzo Chigi stanti le prevedibili ricadute occupazionali in un’area semplicemente affamata di lavoro e dopo che l’ultimo rapporto Svimez aveva appena fatto risuonare l’ennesimo allarme sul tracollo socioeconomico del nostro Mezzogiorno.

E mentre la politica si affanna a rintracciare le cause dell’accaduto e a individuare delle possibili soluzioni alla crisi – non senza cogliere l’occasione per scambiarsi le consuete patenti di responsabilità – il timore del capo dello Stato è che il dibattito sullo scudo giudiziario in corso nelle ultime ore finisca per sviare l’attenzione generale dalle vere questioni strutturali connesse all’annuncio di ArcelorMittal: ossia l’effettiva capacità del governo nazionale di creare e mantenere le condizioni affinché imprese tricolore e straniere scelgano di investire in Italia, potendo contare su un clima di stabilità e di certezze normative. La raccomandazione di Mattarella arriva peraltro in un frangente politico già pesantemente segnato dalle tensioni che scuotono con cadenza ormai quotidiana i partner di maggioranza e che gettano più di un’ombra (di crisi) sul futuro del Conte II.

Peggio ancora se in un frangente caratterizzato dalla necessità di completare una legge di Bilancio tra le più difficili degli ultimi anni. Mentre il Pd è lacerato dal dubbio se alimentare o meno l’esperienza di governo con i pentastellati visto il logorio delle ultime settimane e i fiaschi elettorali umbri, il M5s è alle prese con una feroce resa dei conti interna fra i pretoriani del leader Di Maio e quanti invece pretendono una discontinuità nella leadership di un partito sempre più in difficoltà. Nel mezzo Renzi, attore fondamentale per la stabilità parlamentare dell’esecutivo, le cui reali intenzioni sono però imperscrutabili e sempre meno legate ai destini della maggioranza.