Per l’Italia buone e cattive notizie da Bengasi

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La buona notizia è che dopo 108 giorni di prigionia in Cirenaica, i pescatori di Mazara del Vallo sono potuti rientrare felicemente a casa. Il viaggio a Bengasi da parte del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha chiuso una vicenda grave e per il nostro paese anche molto imbarazzante.

I diciotto marittimi (8 italiani, 6 tunisini, 2 filippini e 2 senegalesi) erano stati sequestrati a inizio settembre dalle milizie che rispondono al feldmaresciallo Khalifa Haftar, uno dei due principali attori della guerra civile libica. Sostenuto da Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, a tratti dagli Usa e surrettiziamente anche dalla Francia, nel corso degli ultimi mesi la stella del signore della guerra libico si era appannata sensibilmente, complici gli svariati rovesci militari collezionati sui campi di battaglia della Tripolitania.

Tanto da provocare l’irritazione di Mosca e delle sue potenti milizie Wagner, che nel frattempo stanno radicando la presenza russa nella Cirenaica. Favorendo al contempo l’ascesa del presidente del parlamento di Tobruk, Agila Saleh, oggi considerato come la nuova figura politica di spicco della fazione guidata dal feldmaresciallo.

A settembre il viaggio a Tripoli e poi a Tobruk del ministro Di Maio per incontrare i libici dell’est e dell’ovest, ma non Haftar, anticipava di poche ore la catena di eventi che avrebbe portato al sequestro di navi ed equipaggi italiani, impegnati in quel momento in normali attività di pesca al largo della costa cirenaica. Come da tradizione e nonostante gli appelli per l’intervento della Marina Militare che mantiene una robusta presenza navale al largo della nostra (fu) Quarta Sponda, da Roma si optò per seguire la via diplomatica.

Col risultato di scomodare, 108 giorni dopo, il capo del governo italiano e il leader in pectore della principale forza politica in Parlamento pur di ottenere la liberazione dei reclusi. Oltre che di gettare le solite ombre sibilline sull’eventuale contropartita accordata ai cirenaici. Val la pena di riflettere sul fatto che a inizio dicembre il governo di Ankara otteneva in soli sei giorni la liberazione di una nave turca catturata dalle motovedette di Haftar. Non risulta che in quel frangente il presidente Recep Tayyip Erdogan o il suo ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu siano stati avvistati a Bengasi.

Comunque la si metta, l’immagine di Conte e Di Maio convocati in Cirenaica al cospetto di colui che cerca di abbattere il traballante governo di Tripoli, sostenuto a parole dall’Italia e oggi nella piena disponibilità dei turchi, rappresenta un duro colpo da digerire per il prestigio, la credibilità e le capacità di deterrenza italiane nel cuore del Mar Mediterraneo. Bacino da tempo in ebollizione e luogo ormai di aperta competizione dove il nostro paese ha assunto una postura minimalista, confidando nell’improbabile benevolenza dei vicini per non doversi spendere in difesa dei propri interessi.

Messa in termini sistemici, dunque, la vicenda del rapimento e della liberazione dei nostri marittimi segnala una volta di più la ritrosia italiana a pensarsi nazione marittima e con essa la dolorosa constatazione di continuare a leggere il mare come un semplice luogo di sventure e minacce. Come se non disponessimo di quasi 8 mila chilometri di costa e col risultato finale di non riuscire a sfruttare quel formidabile moltiplicatore di forza, influenza e ricchezza che è appunto il mare. Per rilanciare noi stessi e tornare a contare là dove un tempo eravamo influenti. A cominciare dalle Libie.