La seconda fase del governo Meloni passa da Europa e riforme

Dopo quasi due anni e mezzo di governo, Giorgia Meloni sembra essere entrata in una fase politica diversa rispetto a quella che ha caratterizzato l’inizio della legislatura. Se fino a pochi mesi fa l’obiettivo principale era consolidare la propria leadership in Italia e accreditarsi come interlocutrice privilegiata tra l’Europa e Donald Trump, oggi le priorità sembrano cambiate. Sul piano internazionale, lo scontro con il presidente americano ha segnato una discontinuità rispetto alla strategia perseguita finora. Le tensioni emerse dopo il G7 e le successive polemiche hanno reso più difficile mantenere quel ruolo di ponte tra Washington e Bruxelles che aveva contribuito a rafforzare il profilo della presidente del Consiglio. La risposta di Palazzo Chigi alle dichiarazioni di Trump non è stata soltanto una replica personale, ma il segnale di una linea politica che appare sempre più orientata a rafforzare il peso dell’Italia all’interno dell’Unione europea e dei principali dossier di politica estera, dall’Ucraina al Medio Oriente. Parallelamente, anche sul fronte interno stanno cambiando gli equilibri. Il tema non è tanto il primato di Fratelli d’Italia, che continua a rimanere il primo partito, quanto ciò che sta accadendo nel resto del centrodestra. La Lega attraversa una fase di evidente difficoltà, mentre Roberto Vannacci continua a ritagliarsi uno spazio politico che punta direttamente all’elettorato più identitario e sovranista. È una dinamica che potrebbe modificare profondamente gli equilibri della coalizione: per anni Meloni ha dovuto contendere la leadership a Matteo Salvini, oggi rischia invece di trovarsi a gestire una competizione diversa, più radicale e meno prevedibile, che potrebbe spingere tutto il centrodestra verso nuove tensioni interne. È proprio questa evoluzione a rendere particolarmente delicata anche la partita delle riforme istituzionali. Il governo ha riaperto il confronto sulla legge elettorale con l’obiettivo dichiarato di garantire maggiore stabilità ai futuri esecutivi, ma il tema assume inevitabilmente anche una valenza politica. Ridefinire le regole del voto significa infatti incidere sugli equilibri tra i partiti e sulle strategie con cui si presenteranno alle prossime elezioni. Non è un caso che il dibattito arrivi proprio mentre il quadro della maggioranza appare in trasformazione e mentre Meloni cerca di consolidare la propria posizione sia sul piano interno sia su quello internazionale. Letti separatamente, questi tre dossier sembrano appartenere a piani diversi. Osservati insieme, raccontano invece l’inizio di una seconda fase della legislatura. Una fase nella quale la presidente del Consiglio non è più chiamata soltanto a confermare il consenso costruito finora, ma a gestire un contesto molto più complesso: un rapporto con gli Stati Uniti meno lineare, un’Europa nella quale l’Italia rivendica un ruolo politico più incisivo, una coalizione di governo che sta cambiando volto e un cantiere istituzionale destinato a incidere sul futuro assetto del sistema politico. Più che le singole vicende della settimana, è questo il dato politico che emerge con maggiore forza: la stagione del consolidamento sembra lasciare spazio a quella delle scelte strategiche, dalle quali dipenderà non soltanto la tenuta del governo, ma anche il posizionamento dell’Italia nei prossimi anni.