La rimonta del No (non) è possibile

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Mentre procede la marcia di avvicinamento all’election day del 20-21 settembre, l’ultima novità sarebbe adesso la presunta rimonta del No nel referendum sul taglio dei parlamentari. Dopo mesi di silenzi e di sostanziale assenza nel dibattito pubblico di una vera e propria campagna elettorale sulla modifica della Costituzione – complice il palpabile imbarazzo di quasi tutti i protagonisti della politica italiana nei confronti della riforma-bandiera del M5s, sondaggisti e osservatori sarebbero ora concordi nel ritenere che in fondo la partita non può dirsi ancora del tutto chiusa e che l’annunciato plebiscito popolare contro gli sprechi della casta potrebbe rivelarsi meno irresistibile di quanto immaginato fino a poco fa.

Giunti a questo punto è difficile fare previsioni esatte, oltre che stabilire se la stessa rimonta del No strombazzata con tanta insistenza su media e social vari non sia che un tentativo di un pezzo dell’establishment per rimettere in discussione un esito che pare(va) già scritto, puntando a mobilitare i tanti elettori dimostratisi fin qui molto poco interessati al voto. Non è un caso che nelle stesse ore il dibattito (in extremis) sulla consultazione referendaria diventi sempre più politico e soprattutto distante dalle implicazioni squisitamente istituzionali di un passaggio comunque storico, quale appunto la riscrittura di una parte della Costituzione.

La posta in gioco che sembra farsi largo adesso è infatti ben più prosaica e scivolosa: in ballo ci sarebbe l’idea che una bocciatura della riforma potrebbe dare la spallata definitiva al Conte II. Esattamente come avvenne per Renzi nel 2016, travolto senza appelli dalla personalizzazione del voto da lui stesso indetto, costretto ad alzare bandiera bianca a Palazzo Chigi e a riporre per sempre i panni del rottamatore della politica italiana. Di qui il doloroso ripensamento del Pd dopo tre voti parlamentari contrari alla riforma, dettato forse dalla constatazione di doversi spendere in prima persona per assicurare la stabilità dell’esecutivo alla vigilia di mesi cruciali per il futuro del Paese.

Un cambio di rotta forzato che si scontra con una forte propensione al no dell’elettorato di sinistra. Soltanto il tempo dirà se il prezzo da pagare sarà l’ennesima scissione in un gruppo dirigente già oggi lacerato sulla linea ufficiale decisa da Zingaretti; oppure un acuirsi della lotta di potere per la successione allo stesso segretario Dem, complice naturalmente l’esito del voto regionale su cui si stagliano nubi minacciose per i candidati sostenuti dai membri dell’attuale maggioranza.

I dubbi si sono insinuati anche nel centrodestra, fino a ieri compattamente per il Sì. Se come pare logico passerà nonostante tutto il taglio dei parlamentari, il dividendo politico verrà incassato integralmente dai grillini (i quali si illudono di poter tornare ai giorni spensierati e soprattutto scevri di responsabilità dell’antipolitica); e pur fiutando la possibilità di colpire il premier Conte e il governo favorendo una vittoria del No, il timore di posizionarsi dalla parte sbagliata della barricata in un frangente di persistente incertezza sta di fatto congelando la posizione ufficiale di Lega, FdI e in misura minore anche Forza Italia.

Vedremo col trascorrere dei giorni quali tendenze emergeranno dalle voci della politica e dagli umori dei social. Resta un interrogativo di fondo: come sarebbe finita se timidezze, imbarazzi e tatticismi fossero stati messi subito da parte per una campagna trasparente e sincera?