Legge elettorale verso il traguardo. L’addio della politica a Emma Bonino

La legge elettorale fa un altro passo verso la sua configurazione definitiva. Il Senato ha approvato l’emendamento della maggioranza che introduce le preferenze, modificando uno degli elementi più discussi del testo arrivato dalla Camera. L’elettore potrà indicare fino a tre candidati, con un meccanismo di alternanza di genere, mentre resterà bloccato il capolista. Una soluzione di compromesso che supera le liste interamente bloccate previste nella prima versione della riforma, ma conserva nelle mani dei partiti la scelta del primo eletto di ciascuna lista. L’emendamento è passato con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astensioni.

Proprio sulle preferenze si è concentrato nelle ultime ore il confronto più delicato anche all’interno del centrodestra. Fratelli d’Italia aveva valutato l’ipotesi di sostenere le proposte delle opposizioni per estenderle a tutti i candidati, eliminando quindi anche i capilista bloccati. Forza Italia si è invece opposta a una modifica dell’accordo già raggiunto nella maggioranza. Alla fine è rimasto in piedi il compromesso: possibilità per gli elettori di scegliere parte degli eletti e una quota di controllo affidata alle segreterie.

L’impianto della riforma resta quello costruito negli ultimi mesi. Il sistema sarà proporzionale, con un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o alla coalizione che ottenga almeno il 42% dei voti e prevalga sia alla Camera sia al Senato. Se nessuno raggiunge la soglia, oppure i due rami del Parlamento esprimono risultati differenti, i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Restano le soglie del 3% per le singole liste e del 10% per le coalizioni, mentre è tramontata l’ipotesi del ballottaggio che aveva accompagnato una parte del confronto estivo. La coalizione dovrà inoltre indicare al momento della presentazione delle candidature il nome che intende proporre al presidente della Repubblica per la guida del governo.

È quindi ormai riconoscibile la filosofia del nuovo sistema: rafforzare la possibilità di ottenere una maggioranza parlamentare senza trasformare il voto in un maggioritario puro e, allo stesso tempo, restituire agli elettori una parte della scelta dei parlamentari. Restano però alcuni nodi, a cominciare dalle norme sui partiti che non raggiungono le soglie e dal rapporto tra preferenze e capilista. Il passaggio del Senato non conclude comunque l’iter. Le modifiche apportate a Palazzo Madama obbligheranno la Camera a una terza lettura, già prevista a partire dal 28 settembre.

La riforma entra così nella fase decisiva mentre la legislatura si avvicina al suo ultimo tratto e i partiti cominciano inevitabilmente a misurare le nuove regole sugli equilibri attuali. La soglia del 42%, il premio fisso e il ritorno delle preferenze incidono infatti in maniera diversa sulle strategie delle coalizioni e sulle competizioni interne ai singoli schieramenti. Per la maggioranza l’obiettivo dichiarato resta garantire governabilità senza rinunciare a un impianto proporzionale; per le opposizioni rimangono invece le critiche a un sistema costruito senza un accordo più ampio tra le forze parlamentari.

A segnare la giornata politica dell’11 settembre c’è poi la scomparsa di Emma Bonino, morta a 78 anni. Con lei esce di scena una delle figure più riconoscibili della politica italiana degli ultimi cinquant’anni, protagonista di una storia cominciata nel Partito radicale di Marco Pannella e proseguita nelle istituzioni italiane ed europee. Deputata e senatrice, parlamentare europea, commissaria europea, ministra per il Commercio internazionale e poi ministra degli Esteri, Bonino ha legato il proprio nome soprattutto alle battaglie per i diritti civili e all’integrazione europea.

La sua attività politica era iniziata negli anni Settanta, quando aborto e divorzio rappresentavano alcuni dei terreni principali dello scontro tra il movimento radicale e il sistema politico italiano. Nel corso degli anni a quelle campagne si sono aggiunte quelle contro la pena di morte, per i diritti delle donne, per lo Stato di diritto e per una concezione fortemente garantista delle libertà individuali. Referendum, scioperi della fame, iniziative di disobbedienza civile e campagne transnazionali sono stati strumenti ricorrenti di un modo di fare politica rimasto riconoscibile anche quando la presenza elettorale radicale si è progressivamente ridotta.

L’altra costante è stata l’Europa. Dall’esperienza alla Commissione fino alla nascita di +Europa, Bonino ha continuato a sostenere la necessità di superare un’Unione fondata prevalentemente sulla cooperazione tra Stati per arrivare a un’integrazione più propriamente politica. Una convinzione mantenuta anche negli ultimi anni e accompagnata dalla critica alla tendenza dei governi nazionali a rivendicare una maggiore autonomia proprio mentre le crisi internazionali mostravano, nella sua lettura, la necessità di un’Europa più forte.

Resta così il profilo di una politica che ha attraversato stagioni molto differenti senza modificare alcuni punti essenziali della propria identità. Le sue posizioni hanno spesso diviso e alcune delle esperienze elettorali più recenti non hanno raggiunto gli obiettivi attesi, ma Bonino ha conservato una capacità di intervento nel dibattito pubblico molto superiore al peso numerico delle formazioni che ha rappresentato. La sua scomparsa chiude una delle storie più lunghe e atipiche della politica repubblicana, costruita tra battaglie civili italiane e una convinzione europeista portata avanti fino agli ultimi anni.