Una certezza e qualche incognita dopo il Consiglio Ue

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Per il nostro paese l’attesissimo Consiglio europeo di giovedì 23 aprile si è concluso con una grande certezza e qualche punto interrogativo. La prima è che in fondo il deterrente industrial-finanziario sembra funzionare.

Lo dimostrano le parole indirizzate al parlamento di Berlino dal cancelliere della Germania Angela Merkel alla vigilia del summit (bisogna allargare sensibilmente il bilancio dell’Ue per affrontare la crisi da Covid-19), come pure quanto emerso dal vertice nella serata di ieri.

La notizia infatti è che la Repubblica Federale è pronta a impegnare parte della propria ricchezza per soccorrere le economie europee in difficoltà. A cominciare dall’Italia, il cui poderoso valore manifatturiero combinato al rischio di una bancarotta in grado di far saltare l’euro e il sistema bancario continentale hanno portato il governo tedesco a prendere una decisione sino a ieri impensabile. Aiutare Roma e gli altri membri del ‘fronte mediterraneo della redistribuzione’ è in primo luogo necessario perché senza di essi l’industria tedesca è sostanzialmente ferma. L’export di Berlino è indirizzato per i due terzi del totale ai clienti europei e su di essi si regge la crescita della ricchezza nazionale.

Al tempo stesso, agire appare sempre più urgente poiché le ultime previsioni parlano di un crollo del 15% del pil dell’Ue, oltre che finalmente possibile se è vero che la stragrande maggioranza dei tedeschi si dice favorevole agli aiuti. Del resto, per la Germania si tratta di uno sviluppo perfettamente in linea con l’imperativo strategico di tenere agganciati quanti più mercati possibili a sé per sostenere la propria economia.

Certo per l’Italia non sarà un assegno in bianco e neppure la promessa di una revisione della dottrina dell’austerità. Merkel ha infatti chiarito che lo scostamento dall’ortodossia sarà temporaneo e dovrà avvenire nel rispetto delle regole dell’Ue. Il motivo di tanta cautela non è solo l’impossibilità materiale di accollarsi da sola mezza Europa, ma pure evitare di attirarsi ire in patria (dai nazionalisti) e dall’estero (dagli Stati Uniti, che non vedrebbero bene un aumento dell’influenza tedesca nel continente).

Di qui i punti interrogativi che evocavamo in apertura. Se il summit dei 27 ha dato il via libera al fondo per la ripresa, il c.d. recovery fund, ancora non è chiaro quanto denaro verrà raccolto e se basterà a rimettere in moto la crescita economica. Né con che tempi sarà operativo: i meridionali invocano l’orizzonte di giugno-luglio, i settentrionali rispondono di non avere fretta. Il nodo politico più pressante riguarda però il modo in cui verranno distribuiti i fondi: Berlino e Amsterdam vogliono rilasciare prestiti, Parigi, Roma e Madrid chiedono trasferimenti a fondo perduto.

La presidente von der Leyen ha assicurato che si cercherà un punto di equilibrio e che un nuovo Eurogruppo (il quarto delle ultime settimane) verrà convocato entro 15 giorni col compito di avvicinare le posizioni. Il premier Conte può dunque cantare (parziale) vittoria, non foss’altro poiché si tratta di un risultato che non era affatto scontato un mese e mezzo fa e che dimostra la capacità del governo di aprire una nuova strada in Europa. Come ha fatto notare il ministro Amendola all’indomani del vertice, nella crisi finanziaria del 2008 i partner europei impiegarono anni per trovare un accordo, finché alcuni di essi furono travolti.

La sfida però inizia adesso, dovendo rendere finalmente operative le decisioni e liberare le nuove risorse.