Il ritorno del Covid fra prevenzione ed eccessi mediatici

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Il brusco rialzo dei contagi dell’ultima settimana è il segnale che anche l’Italia è in procinto di fare i conti con la seconda ondata del Covid. Dopo aver rappresentato per settimane una vera e propria isola felice in un’Europa alle prese invece con i duri effetti del ritorno della pandemia, l’eccezione del nostro paese potrebbe svanire molto rapidamente.

Fiutato il pericolo, il governo ha varato una prima stretta con l’obbligo delle mascherine all’aperto e ha approvato il decreto che proroga lo stato di emergenza fino al 31 gennaio del nuovo anno e il dpcm in vigore fino al 15 ottobre. A quel punto i dati sui nuovi contagi stabiliranno se sarà necessario procedere con un ulteriore inasprimento delle misure anti-Covid, per scongiurare l’avverarsi di scenari preoccupanti.

Non è un caso che la risalita delle infezioni abbia prontamente riacceso la disputa Stato-Regioni, rimasta tutto sommato silente nei mesi post-lockdown e costretta a cedere il passo a considerazioni squisitamente politiche quali l’appassionante dibattito sulle taumaturgiche risorse europee per la ripartenza e le decisive campagne elettorali settembrine. Al contrario la girandola di dichiarazioni rilasciate soltanto negli ultimi giorni dai governatori regionali più vocali della penisola – con ammonimenti trasversali al governo affinché si guardi dal ricorrere a facili inasprimenti delle misure di contenimento – è il segnale che il tema della gestione dell’emergenza sanitaria è pronto a riprendersi la scena del dibattito pubblico.

Se il ricorso a un nuovo lockdown è un’ipotesi ancora inconcepibile visti i prevedibili effetti socioeconomici su cittadini e imprese italiani, il vero quesito da porsi in attesa del 15 ottobre è capire cosa saprà fare l’esecutivo per fronteggiare il ritorno di un’emergenza ampiamente attesa. Sarebbe un vero peccato se dopo l’esperienza della pandemia e altri quattro mesi di tregua e di riaperture, giunti a questo punto le uniche ricette messe in campo dai vertici del sistema consistano nell’imposizione di un’altra ondata di chiusure obbligatorie condita con l’estensione delle mascherine all’aperto. Una mossa tutto sommato facile da attuarsi e forse da far accettare all’opinione pubblica grazie a una gestione ipertrofica della comunicazione istituzionale, eppure dolorosissima sotto il profilo economico per un paese già infragilito come il nostro.

Diverso invece sarebbe il tentativo di voler gestire una nuova normalità, in attesa del vaccino e dell’arrivo di tempi migliori. Il quesito di fondo resta dunque quello di sempre, ovvero per quanto tempo ancora l’Italia si potrà permettere di rimandare il momento di affrontare, gestire e soprattutto risolvere i problemi? Smettendola di guardare a soluzioni immediate su cui spostare l’attenzione di chi, logicamente, è in cerca di risposte.

Sotto questo profilo è davvero emblematica l’attesa per l’arrivo delle risorse europee del Recovery Fund/Next Generation Eu, soprattutto se messa a confronto con la realtà del tribolato (eufemismo) dibattito in corso fra Strasburgo e Bruxelles per la loro definizione e gli allarmi di quanti ricordano che l’Italia si è storicamente dimostrata incapace di spendere quanto ricevuto dall’Ue. Secondo i dati di Confindustria digitale, Roma ha speso appena un terzo dei 76 miliardi ricevuti nel settennato 2014-20. Il premier ha promesso che questa volta sarà diverso.