Il Trattato del Quirinale

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Italia e Francia hanno stipulato il Trattato del Quirinale, che innalza le loro relazioni bilaterali a un grado inedito.

Il documento è stato firmato questa mattina a Roma dal presidente del Consiglio Mario Draghi e dal presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, al cospetto del capo dello Stato Sergio Mattarella.

L’accordo ci fu prospettato quattro anni fa dall’inquilino dell’Eliseo, salvo incappare subito nella crisi delle relazioni con il nostro vicino d’Oltralpe vissuta al tempo del primo governo Conte, riprendersi con il Conte II e trovare la sua sublimazione nell’avvento dell’esecutivo di unità nazionale guidato da Mario Draghi al principio del 2021.

Il patto è una sorta di imitazione dell’intesa formalizzata da Francia e Germania nel 1963 (Trattato dell’Eliseo) e aggiornata nel 2019 (Trattato di Aquisgrana) che sostanzia il nucleo geopolitico del continente europeo. Nel caso del documento italo-francese, in ballo c’è la possibilità di chiudere oltre un secolo e mezzo di frizioni tra le due nazioni, in particolare nell’area africana e mediterranea, nonché la pluridecennale offensiva geoeconomica francese sulle industrie e il comparto finanziario dello Stivale.

Parigi, in questo modo, rende esplicita l’idea che ne accompagna la traiettoria da quando il 18 gennaio 1871 la Germania si battezzò impero nella Galleria degli specchi di Versailles: bilanciare l’influenza tedesca nel Vecchio Continente traendo a sé le “sorelle latine”, a cominciare appunto dall’Italia.

Agli occhi degli strateghi transalpini, il nostro paese è il connettore ideale tra la Francia e l’Africa. Nonostante la formale dismissione dell’impero coloniale, difatti, Parigi continua a pensarsi proiettata via Mar Mediterraneo verso il cuore del continente africano. Serbatoio inesauribile di memorie, intrecci d’affari e influenza geopolitica, nonché di risorse minerarie e spazio d’influenza linguistica.

Detta in altri termini, quanto le è necessario per conservare l’idea mondiale che ha di sé e poter contrastare l’egemonia tedesca in Europa.

Associandosi nel Trattato del Quirinale, inoltre, Italia e Francia segnalano ai loro partner continentali l’intenzione di esibirsi unite al negoziato del 2022 sull’interpretazione del Patto di stabilità. Le due nazioni condividono l’idea di soffocare le ipotesi di regressione all’austerità che serpeggiano a Berlino e fra i soci (leggi: satelliti) nordici e vogliono impedire alla Repubblica federale di tradurre in sfera di influenza geopolitica la sfera di influenza economica che già gestisce.

Draghi e Macron hanno apposto le firme sul patto all’indomani dell’annuncio di accordo per il nuovo governo di coalizione in Germania, che una volta entrato in carica chiuderà ufficialmente i 16 anni di cancellierato di Angela Merkel – assurta al rango di signora indiscussa del Vecchio Continente e la cui dipartita apre un vuoto di potere a disposizione dei leader di Italia e Francia.

In questa partita che già si annuncia complessa e articolata, l’Italia dovrà muoversi con circospezione. La Germania è garante di fatto del nostro debito pubblico e lo scorso anno ha compiuto una svolta epocale fornendo le sue garanzie all’emissione dei bond europei per il Recovery Fund. Risorse di cui il nostro paese è oggi il maggiore beneficiario e che abbiamo salutato come salvifiche, fino a convocare Draghi a Palazzo Chigi per gestirne la spesa.

Per questo i nostri margini di manovra sono esigui e neppure la nuova intesa con la Francia potrà prescindere dal rapporto privilegiato che abbiamo con la Germania. Roma ha la necessità dei soldi garantiti da Berlino per sopravvivere. Il socio francese potrà aiutarci a temperare il monopolio tedesco, di certo non a cancellarlo di colpo.

Eppure, il Trattato del Quirinale ci offre un’occasione irripetibile per dedicarci al faticoso processo di ricostruzione dello Stato. Esattamente quanto ci serve per rilanciare noi stessi dopo la crisi da pandemia.

Senza un apparato pubblico efficiente, autorevole e adeguatamente centralizzato, per esempio, sarà semplicemente impossibile reggere il confronto nel pianeta dilaniato dalle crisi di ogni genere. O per affrontare le minacce dirette al nostro estero vicino, come quelle rappresentate dal controllo della Tripolitania libica da parte della Turchia e della Cirenaica da parte della Russia.

In questo processo lungo e doloroso ci sarà di fondamentale aiuto poter strutturare una relazione privilegiata con una potenza vera come la Francia, che incarna l’idea più alta di cultura dello Stato. Nel frattempo, proveremo a forgiare nuovi compromessi con Parigi sui numerosi dossier che ci hanno fin qui diviso, a cominciare da quelli mediterranei e africani, per continuare con industria e tecnologie.

Il rischio naturalmente è di cadere definitivamente dentro la sfera d’influenza francese, sia in politica estera che in campo industriale. Ma non abbiamo scelta. Le alternative, come l’austerità di matrice tedesca e le ingerenze turche e russe intorno alle nostre coste, sono decisamente peggiori.