L’aumento delle spese militari e le tensioni nella maggioranza

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Nella settimana della sua riconferma a presidente del Movimento 5 stelle (M5s) con il 94% di preferenze degli iscritti al partito, Giuseppe Conte ha affrontato il duro confronto che si è aperto con il premier Mario Draghi in merito alle risorse sulla Difesa. A più riprese, il M5s si è dichiarato contrario all’aumento delle spese militari al 2% del Pil, facendo della questione una sua battaglia politica. D’altro canto anche il presidente del Consiglio si è mostrato fermo nel voler adottare tale provvedimento in ottemperanza agli accordi presi con la Nato nel 2014.

Lo scontro di posizioni sul tema ha generato un teso dibattito all’interno della maggioranza di Governo che ha portato ad una situazione di stallo. Inoltre, mentre il segretario del Partito democratico Enrico Letta ha dimostrato la sua preoccupazione per l’escalation di tensione, il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha accusato Conte di strumentalizzare l’argomento militare per ottenere più voti. Il livello dei toni nel corso della settimana si è alzato a tal punto da far temere per la stabilità della maggioranza, in un momento così delicato sia a livello nazionale che internazionale, tra il conflitto in Ucraina e il drastico aumento dei prezzi dell’energia.

Forte anche del sostegno ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla questione, Draghi ha dichiarato che la messa in discussione del provvedimento avrebbe comportato «il venir meno del patto di maggioranza» e ha blindato con la fiducia il decreto legge Ucraina al Senato che è stato approvato giovedì con 214 voti favorevoli, tra cui quelli dei pentastellati, 35 contrari e nessun astenuto. L’ultimatum di Draghi ha infatti lanciato un messaggio forte a tutta la coalizione di Governo ma soprattutto al M5s, riuscendo a stimolare il raggiungimento di un accordo: grazie anche all’intervento del ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è stabilito che l’adeguamento degli investimenti sulle spese militari avverrà con maggiore gradualità, ovvero entro il 2028 e non più entro il 2024.

Nonostante la ritrovata intesa e il conseguente abbassamento della tensione, le polemiche fra M5s e Palazzo Chigi non sembrano destinate a placarsi essendoci contrastanti ricostruzioni sul processo che ha portato all’accordo. Il M5s ha sottolineato in una nota come “il dietrofront” del Governo sia il risultato della loro determinazione, mentre Draghi ha negato l’esistenza di una mediazione parlando piuttosto di una “conferma di un lavoro già iniziato” dal ministro della Difesa Guerini che aveva da sempre previsto il 2028 come orizzonte temporale di riferimento. Nessuna delle due parti sembra disposta ad attribuire all’altra i meriti di questo risultato non volendo far passare l’accordo come una propria sconfitta.

Inoltre, anche se la maggioranza di Governo sembrerebbe essersi ricompattata, come hanno confermato i risultati del voto di fiducia al Senato, appare chiaro che il grande ostacolo da superare sarà quello dell’approvazione del Documento di economia e finanza (Def), previsto sul tavolo di Palazzo Chigi tra il 5 e 6 aprile, quando si dovrà passare dalle dichiarazioni ai fatti.