Il centrodestra vota col governo, mentre il Pd è irritato con Conte

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Tanto tuonò che piovve. In settimana l’atteso sostegno parlamentare di Forza Italia alla maggioranza si è concretizzato dopo giorni di congetture e retroscena.

La novità è il fatto che il Parlamento abbia votato pressoché unanime allo scostamento di bilancio richiesto dal governo, che autorizza un aumento del deficit di otto miliardi di euro da investire per far fronte all’emergenza economica. Lega e Fratelli d’Italia hanno scelto di accettare la linea della collaborazione a lungo invocata da Silvio Berlusconi, il vero demiurgo dell’operazione, garantendo all’esecutivo l’appoggio compatto di tutto il centrodestra in un passaggio che diversamente sarebbe potuto essere anche molto complicato per la maggioranza.

Ci vorrà del tempo per capire se questo clima di unità d’intenti potrà davvero durare e, soprattutto, se rappresenti il punto di svolta per la legislatura. Gli ottimisti spiegano che il Parlamento italiano è finalmente riuscito a decidere a prescindere dagli schieramenti dopo anni di incomprensioni e di battaglie ideologiche, valutando le cose in maniera oggettiva e in nome del buon senso. I realisti, al contrario, ribattono che dietro alla tregua siglata da Salvini e Meloni con l’arcinemico Conte c’è stato del semplice tatticismo. Ossia la constatazione che far mancare i propri voti allo scostamento di bilancio dopo che Forza Italia aveva chiesto e ottenuto uno sforzo supplementare anche per liberi professionisti e partite Iva avrebbe significato esporsi a una campagna mediatica denigratoria.

L’approfondirsi delle discussioni e dei lavori parlamentari sulla legge di Bilancio dirà molto a proposito dell’effettiva consistenza di questa celebrata armonia. Oltre alla possibilità di avvicinare un pezzo corposo di Forza Italia all’area di governo, in ballo c’è l’unità del centrodestra ora che in vista si stagliano le grandi manovre e i posizionamenti dei partiti per l’elezione del prossimo capo dello Stato. A livello sistemico il voto sullo scostamento di bilancio non deve far passare in secondo piano le tensioni nella maggioranza.

All’ordine del giorno ci sono ormai da alcune settimane le divergenze Italia Viva-5Stelle su diversi temi come la strategia anti-Covid e le questioni economiche; la spaccatura creata dalla possibile adesione al Mes, ferocemente avversato dai grillini ma condiviso da renziani e Partito democratico; gli scontri tra Dem e Matteo Renzi in merito alle misure anti-Covid di Palazzo Chigi; l’ipotesi di un rimpasto di governo per stemperare le tensioni fra gli alleati, peraltro ripetutamente smentita dal primo ministro Conte.

A questo proposito il tema del rapporto fra premier e partiti di maggioranza è stato l’altro grande nodo politico della settimana. Soprattutto da quando, specialmente nel Pd, si è fatta largo la sensazione di un arrocco del tenutario di Palazzo Chigi a fronte di una lista di dossier inevasi che si allunga col passare dei giorni. Soltanto per restare ai più recenti, fra i più emblematici ci sono il balletto dei manager alla sanità calabrese o la trentina di commissari alle opere pubbliche che non riescono a diventare tali. Il Mit ha fornito l’elenco, il Tesoro ha segnato i costi, Palazzo Chigi stenta a fornire i nomi.

Con buona pace della stagione delle riforme annunciata in pompa magna dal segretario Zingaretti all’indomani della vittoria nel referendum sul taglio dei parlamentari, sul banco degli imputati c’è soprattutto la disinvoltura con cui il capo del governo si attiverebbe soltanto per puntellare sé stesso e i suoi consociati più prossimi, muovendosi in un’ottica di mera sopravvivenza personale mentre il paese vive una fase profondamente drammatica.

In attesa di risposte dalla politica che tardano ad arrivare. Giunti a questo punto è difficile credere a quanti preconizzano un’improbabile resa dei conti nel momento in cui il Parlamento avrà licenziato la finanziaria. Molto più realistico immaginare che si veleggerà fino alla primavera, quando l’allarme sanitario sarà finalmente stemperato dall’arrivo del vaccino e i partiti saranno liberi di individuare – se ci riusciranno – un nuovo mediatore da apporre a Palazzo Chigi.