Il piano von der Leyen

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Il piano da 2.400 miliardi di euro presentato dalla Commissione Europea per affrontare la crisi economica causata dal coronavirus rappresenta una notizia indubbiamente positiva per l’Italia.

Nel complesso si tratta di un pacchetto di strumenti persino più ambizioso di quanto proposto la scorsa settimana dai leader di Francia e Germania: sul piatto ci sono infatti i 540 miliardi già approvati con Mes, cassa integrazione europea e prestiti della Bei; un bilancio settennale da 1.100 miliardi, leggermente inferiore alla proposta del 2018 ma comunque superiore alle richieste degli Stati membri; un fondo da 750 miliardi pensato per la ripresa che si chiamerà Next Generation Eu.

Si tratta di un piano che nel complesso arride all’Italia, cui è concessa la possibilità di potersi sottrarre dalla principale minaccia innescata dalla crisi da Covid-19: la bancarotta, o comunque un periodo di seri dubbi internazionali sulla propria solvibilità, con inevitabili ripercussioni negative in termini di capacità di finanziamento del bilancio nazionale. Difatti, benché l’attuale dibattito pubblico non ne faccia menzione, la gravità della situazione è confermata dal fatto che proprio l’Italia riceverà la parte più consistente degli aiuti europei: ben 172 miliardi, di cui 82 in aiuti a fondo perduto e 91 come prestiti.

L’idea che soggiace alla proposta della signora von der Leyen non è di mettere in comune i debiti pubblici dei partner Ue (leggi coronabond), quanto piuttosto di generarne uno nuovo, dunque squisitamente europeo, concepito all’unico scopo di affrontare le spese della ricostruzione. La Commissione scommette che le somme saranno ripagate tramite nuove tasse, raccolte direttamente dalle istituzioni europee per finanziare il bilancio, con scadenza a 30 anni a partire dal 2027.

Fin qui le buone notizie, che costituiscono una vera e propria boccata d’ossigeno per un governo litigioso e alle prese con tutte le difficoltà connesse alla ripartenza di un paese semplicemente in ginocchio. Il problema per gli alleati di maggioranza è che tutto dipenderà dal negoziato fra gli Stati membri, che rimangono gli unici attori veramente decisivi dell’architettura comunitaria. Il fatto che la Commissione abbia recepito tutte le richieste di Parigi e Berlino è un segno che fa ben sperare, soprattutto alla vigilia di negoziati lunghi ed estenuanti con i paesi cosiddetti frugali del Nord, capitanati da Amsterdam, e le capitali euroscettiche dell’Est, guidate da Varsavia. C’è infatti da credere che la copertura politica franco-tedesca permetterà a Roma di evitare le condizioni devastanti imposte alla Grecia per il salvataggio del decennio scorso, soprattutto quando gli influenti nordici che si oppongono agli aiuti europei (olandesi, austriaci, danesi, svedesi) non hanno la forza di consumare uno strappo con la potenza dalla quale dipendono, la Germania.

È bene sgomberare il campo da un potenziale equivoco: il piano von der Leyen non anticipa il varo dell’unione fiscale ambita da molti, né costituisce la panacea per risolvere tutti i mali d’Europa. Quando finalmente si sarà spento l’eco degli annunci roboanti delle ultime ore, davanti al governo italiano resterà l’assillo di garantire risorse adeguate a coprire il fabbisogno dello Stato nei prossimi mesi, ovvero prima dell’entrata in vigore degli aiuti europei che, stando alla Commissione, non arriveranno prima del 2021.