Compromesso all’Eurogruppo sulla risposta al Covid-19

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Il terzo Eurogruppo delle ultime settimane si è concluso con un fragile compromesso, che non risolve il problema della ricostruzione delle economie europee travolte dalla crisi da coronavirus.

L’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Unione Europea nella serata di giovedì suona difatti come un armistizio tattico, incapace di dire alcunché sul modo in cui i Ventisette proveranno ad affrontare realmente e in maniera congiunta i costi della ricostruzione. Riguarda infatti misure di breve termine e mette in campo somme tutto sommato irrisorie se raffrontate alle capacità di fuoco teoriche di un blocco economico da oltre 18 mila miliardi di euro.

Ci sono 200 miliardi per le imprese stanziati dalla Banca europea degli investimenti, 100 miliardi dalla Commissione per evitare licenziamenti e 240 miliardi del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che potranno essere usati solo per spese dirette o indirette relative alla sanità “nel rispetto del trattato sul Mes”. Formula volutamente ambigua, figlia della mediazione tra l’Italia e i Paesi Bassi, dietro cui si cela la profonda e apparentemente incolmabile spaccatura tra Nord e Sud dell’Ue.

Da un lato, il fronte dell’austerità di Germania, Paesi Bassi, Austria, Finlandia, Svezia e Danimarca. Dall’altro, quello della redistribuzione in cui figurano Francia e Italia, con qualche tentennamento da parte della Spagna. Una faglia descritta dalle cronache recenti come una mera questione fiscale, ma che mai come oggi assume invece le fattezze della contrapposizione culturale e antropologica. Prodotto di costumi atavici, ben più pregnanti delle pelose norme da teatrino brussellese che, nel bel mezzo della peggiore crisi economica della sua storia, hanno costretto l’Unione a funzionare allo stesso modo di sempre. Ovvero a decidere di non decidere, mentre la necessità di conciliare posizioni inconciliabili produceva esiti al più estemporanei e zoppicanti.

Il governo italiano è tornato a casa cantando vittoria, affermando che gli eurobond sono ancora sul tavolo e scommettendo sul “fondo temporaneo per la ripresa” voluto da Parigi di cui si discuterà la prossima settimana, mentre la controparte olandese era libera di fare l’opposto, giurando ai propri elettori che di condivisione del debito non se ne parlerà mai.

Per il nostro governo le ripercussioni politiche interne non tarderanno a manifestarsi: più delle prevedibili valanghe di critiche giunte dall’opposizione, a destare interesse è soprattutto l’atteggiamento del gruppo parlamentare pentastellato, asse portante della maggioranza del Conte II. Dopo aver lungamente gridato contro il Mes e lo spettro di un commissariamento del paese, i grillini sono infatti chiamati ad accettare l’ennesimo compromesso della loro travagliata esperienza a Palazzo Chigi.

Nel mentre nel Paese si allarga il senso di urgenza nei confronti della crisi e cresce la sensazione di essere stati lasciati soli dall’Europa, nonostante tutto. Lo dimostrano i sondaggi che indicano in Francia e Germania i nostri principali rivali e in Cina e Russia i nuovi amici (sondaggio Swg del 25-27 marzo). E lo si vede anche nelle scelte delle istituzioni, con il potere di veto sulle acquisizioni straniere (golden power) esteso per la prima volta anche ai membri dell’Ue. Conseguenza più che lampante della frattura nella fiducia intraeuropea, con l’Italia ad attaccare in maniera plateale il mito del trattamento preferenziale da riservare agli altri membri dell’Ue.