Brevetto è potenza

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Il sostegno del presidente Joe Biden alla sospensione dei brevetti sviluppati dalle compagnie farmaceutiche fa compiere un indubbio salto di qualità alla discussione in corso in sede Wto e a livello globale sul trattamento della proprietà intellettuale dei vaccini anti-Covid-19.

La questione sarà discussa dai governi dei Paesi Ue all’odierno vertice di Oporto, ma i presidenti Mario Draghi e Emmanuel Macron si sono già detti a favore della proposta americana. La cancelliera Angela Merkel, al contrario, insiste sulla protezione della proprietà intellettuale contro le liberalizzazioni. L’obiettivo è comunque di arrivare a produrre almeno 11 miliardi di dosi per vaccinare il 70% della popolazione mondiale e raggiungere a livello globale la cosiddetta immunità di massa.

Secondo i favorevoli, è una notizia che vale il precedente della lotta contro l’Aids, per curare il quale nel corso degli anni Novanta del secolo scorso i medicinali erano disponibili solamente in Europa e negli Stati Uniti. Fu solo con la caduta del muro dei brevetti che divenne possibile distribuirli anche nel mondo più povero.

La speranza è che la sospensione dei brevetti incrementi la capacità produttiva dei sieri vaccinali, creando le condizioni per una campagna efficace e pervasiva soprattutto nelle aree più in difficoltà del globo. A oggi l’83% delle dosi di vaccino già somministrate nel mondo è stata destinata ad abitanti di paesi c.d. ricchi o medio-ricchi.

Scettici e contrari ribattono che i vincoli a un incremento della produzione non dipendono dalla proprietà intellettuale sui vaccini, ma sono legati alla scarsità di alcune componenti necessarie a realizzare gli stessi, soprattutto nel caso di quelli più sofisticati. Vengono poi questioni cruciali come la preparazione tecnologica delle aziende deputate a produrre, le prevedibili dispute legali che seguirebbero una sospensione dei brevetti e il futuro della rete di alleanze siglate fino a questo momento dalle principali società produttrici con una miriade di imprese sparse in giro per il pianeta.

Dietro al sostegno americano alla sospensione dei brevetti c’è un lucido calcolo strategico. Con l’epidemia ormai sotto controllo in patria, l’obiettivo dell’amministrazione Biden è contenere non tanto la diffusione del virus quanto quella dei vaccini dei suoi principali sfidanti – Russia e Cina – nel resto del mondo.

Nulla a che vedere con romantiche pulsioni umanitarie da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca, ma una vera e propria battaglia globale per l’influenza combattuta senza esclusione di colpi in cui gli Stati Uniti non intendono cedere il primato ai rivali. Per questo le pur recalcitranti imprese farmaceutiche statunitensi non avranno alternativa a quella di piegarsi rapidamente ai diktat dello Stato americano.

Washington sa perfettamente che anche qualora la sospensione dei brevetti entrasse in vigore rapidamente, per questioni industriali e logistiche gli effetti di tale decisione sulla produzione non sarebbero così immediati. Di repentino ci sarebbe solo il beneficio di immagine per la superpotenza, meglio ancora se ai danni del suo principale rivale in Europa: la Germania.

Il governo di Berlino non ne vuole sapere di sospendere i brevetti e nelle ultime ore ha comunicato la sua contrarietà a tutti gli organismi europei. La stessa signora von der Leyen ha dovuto ridimensionare le sue entusiastiche manifestazioni di apertura all’annuncio americano. Merkel punta a tutelare a ogni costo gli investimenti anche governativi in BioNTech, un approccio che riflette il tradizionale economicismo della Germania e che costituisce il principale ostacolo a una maggiore proiezione di potenza tedesca.

La Repubblica Federale è nel mirino degli Stati Uniti anche per il suo ruolo di paese-ponte verso la Cina. In questo senso la mossa del presidente Biden sui vaccini arriva dopo un altro importante successo americano conseguito proprio ai danni dell’asse sino-tedesco. In settimana le istituzioni brussellesi hanno annunciato il congelamento dell’accordo sugli investimenti fra Cina e Ue, fortemente voluto dai tedeschi per ragioni commerciali, mercantilistiche e industriali ma intollerabile agli occhi degli statunitensi nella fase in cui Biden punta a compattare l’Occidente ingiungendo agli europei di slacciare alcuni dei legami, soprattutto economici e tecnologici, stretti con il rivale asiatico.