L’Italia delle task force punta a battere il coronavirus

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L’ultima pietra dello scandalo nella politica italiana è l’orgia di task force e commissioni di esperti che è stata liberata con sconcertante disinvoltura all’ombra dell’emergenza pandemica. Un esercito di consulenti somigliante a un vero e proprio mini-Parlamento di specialisti non-eletti che, nei fatti, ha esautorato le camere di Montecitorio e Palazzo Madama delle rispettive prerogative costituzionali. Per usare le parole dei critici più velenosi, trattasi di un “senatino” personale a uso e consumo del primo ministro e del vuoto di leadership che attanaglia la maggioranza nel momento di massima crisi italiana dalla fine della seconda guerra mondiale.

Così, a circa un decennio di distanza dalla controversa esperienza Monti, l’emergenza sanitaria ha fatto tornare alla ribalta la valutazione dei tecnici, con buona pace della superiore sintesi politica e con sommo piacere delle correnti più giacobine dell’attuale compagine di governo – che si sono battute per anni proprio con l’obiettivo di disarmare l’odiata casta dei partiti.

La conseguenza è che per sconfiggere il Covid-19, l’Italia schiera falangi di ottimati che spaziano dai cacciatori di fake news alle paladine delle problematiche femminili, dagli esperti di robotica ai virologi di ogni parrocchia e confessione. Il che non costituisce alcunché di male se in una nazione dalle istituzioni solide e con una classe dirigente degna di questo nome. Ma per chi si dimena da tempo ormai immemore in una cacofonia di crisi irrisolte a livello sociale, economico, istituzionale, demografico e industriale, il passo indietro della politica (o di lato, tanto in questo caso non fa differenza) suona come un sinistro presagio.

L’ultimo dream team in ordine di tempo è anche il più prestigioso, con i 17 esperti di varie discipline agli ordini di Vittorio Colao deputati a tracciare la rotta per traghettare il paese oltre la crisi, stabilendo come, dove e soprattutto quando sarà lecito ripartire. Quel che è certo è che per il buon funzionamento del bizantino congegno, la cabina di regia conterà più degli eccellenti curriculum e delle competenze dei singoli. A meno di non voler incorre in spiacevoli cortocircuiti comunicativi e dannose invasioni di campo, su cui scaricare di volta in volta il peso dell’insuccesso. Prova ne siano lo sconcerto manifestato dagli esperti di Colao per la fuga in avanti della Lombardia su modi e tempi di riapertura, oppure il battibecco con i componenti della task force Data drive del ministro dell’Innovazione Paola Pisano sul controllo degli spostamenti dei contagiati.

Un altro esempio lampante della conflittualità fra le commissioni operative ha riguardato il vitale reperimento delle mascherine, con il super commissario Domenico Arcuri finito in questo caso in rotta di collisione con il direttore generale dell’Agenzia delle dogane Marcello Minenna. Del resto se il sonno della ragione genera mostri, il silenzio (o l’impotenza) della politica intesa qui come “arte di governare” è alla base dei diversi indirizzi organizzativi seguiti nelle ultime settimane dalle tre regioni più colpite dall’emergenza sanitaria. Segno di uno scollamento vieppiù manifesto fra il centro e le periferie del paese. Se il Veneto sceglieva di fare tamponi a tappeto fin dal principio e contro le indicazioni del governo centrale e dell’Oms per isolare e identificare i contagiati, la ricca Lombardia finiva per farsi travolgere dagli eventi reagendo attraverso l’ospedalizzazione massima, fin quando è stato possibile, mentre l’Emilia-Romagna si adoperava in maniera più discreta per cercare di isolare sin da subito le zone più colpite dal virus.

L’irrefrenabile voglia di autonomia regionale si è riflettuta del resto anche nella pletora di task force istituite dai vari governatori – sarebbero almeno una trentina – per affrontare più da vicino l’emergenza e non essere da meno con Roma. Il Lazio ad esempio schiera il LazioLab e la task force Velocità, la Toscana una squadra dedicata alle novità terapeutiche, la Campania un simposio di 14 esperti più i dirigenti delle azienda sanitarie locali e via discorrendo.

Nel mentre il paese vive con messianica attesa l’approssimarsi del 4 maggio o più probabilmente del prossimo decreto governativo, atteso verso il 20 aprile. Con l’attuale capo di Assolombarda, la potentissima filiale meneghina dell’associazione degli industriali, nonché presidente designato della Confindustria Carlo Bonomi che non perde occasione per scaricare bordate contro la politica che non sa dove andare per sconfiggere il virus, manifestando tutto lo scoramento di una parte vitale del paese nei confronti di un’intera classe dirigente.

La pressione sul presidente del Consiglio è insomma fortissima, complici i venti di crisi nella maggioranza sul Mes e la necessità di arrivare a una posizione condivisa in vista del tavolo europeo del 23 aprile. Quando l’Italia cercherà l’affatto disinteressato sostegno francese per ottenere la creazione di uno strumento di debito comune con cui finanziarie la ripresa economica. Con buona pace della Babele di esperti che consigliano il governo su come gestire la Fase due e delle italiche discussioni di lana caprina in materia che tanto ci appassionano.