Il Capitano rischia il naufragio

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Sembra passata un’era geologica dal frenetico 7 agosto di un anno fa, quando al Senato il M5s presentava una mozione anti-Tav che di lì a poche ore avrebbe sancito la definitiva rottura fra i soci gialloverdi del primo governo Conte. “O si cambia in fretta o meglio le elezioni”, ebbe a tuonare in quell’occasione il ministro dell’Interno e soprattutto leader leghista Matteo Salvini – protagonista assoluto del primo scorcio di Legislatura e in quella fase uomo probabilmente più popolare e sicuramente più discusso d’Italia.

Capace di assumere le redini di un partito in crisi profonda alla fine del 2013, quando la Lega era inchiodata a un misero 4 per cento, per portarlo allo schiacciante 34 delle Europee 2019: un risultato che avrebbe consacrato una volte per tutte il rovesciamento dei rapporti di forza tra i due alleati di governo. Complice naturalmente un’instancabile attività di proselitismo condotta sino a quel momento in ogni angolo del Paese e il desiderio di intercettare la percepita voglia di cambiamento degli italiani da parte dell’ex capo del Viminale.

Vista a posteriori, dunque, una corsa sotto il sole frenetica, animata dalla certezza di poter dare la spallata finale al traballante alleato e di rompere una volta per tutte con i grillini del reddito di cittadinanza e dei mille altri no su Tav, Tap, Ilva, termovalorizzatori, Autonomie e via discorrendo. Specialmente quando i sondaggi assegnavano alla Lega un allettante 39 per cento negli indici di gradimento e ben sette elettori su dieci sarebbero stati favorevoli al ritorno alle urne. “Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi pieni poteri per fare fino in fondo quello che abbiamo promesso di fare, senza rallentamenti”: questo il definitivo punto di non ritorno, la frase che avrebbe segnato l’inizio della fine del leader leghista.

Incapace di avere la meglio sulla resistenza a oltranza oppostagli dal primo ministro, ingannato dalla voglia di elezioni del leader Dem Zingaretti (un segretario inerme davanti al potere delle sue correnti interne, terrorizzate dalla prospettiva di un ritorno alle urne) e infine protagonista di un pasticciato tentativo di ricucire i rapporti con l’alleato non appena comprese a fondo le implicazioni del dialogo M5s-Pd e della “coalizione Ursula”. Passaggi decisivi per decretare il fallimento della strategia politica e mediatica del capo leghista e di sancire l’avvio di una nuova fase nella Legislatura. Inaugurata simbolicamente il 20 agosto a Palazzo Madama dall’arringa del premier Conte contro Salvini: momento catartico che avrebbe liberato il premier dal ruolo di presidente di due litigiosi vicepresidenti, per assurgere una volta per tutte a quello di vero presidente del Consiglio in grado di prevalere negli equilibri di potere della sua maggioranza.

Il resto è cronaca politica delle consultazioni agostane, svoltesi in tempi relativamente rapidi complice la ferrea avversione del capo dello Stato nei confronti di un ritorno anticipato alle urne e nonostante la tiepida reazione dell’opinione pubblica per l’accordo parlamentare giallorosso. Così restano sul tavolo i raffronti fra il prima e il dopo: dall’istantaneità e dal Blitzkrieg (fallito) dell’estate passata ai tempi compassati, secondo alcuni persino biblici, di quella attuale. Dai fuochi d’artificio del Papeete ai ritmi serafici imposti a governo e paese intero dal premier Conte.