Il risveglio di Draghi per salvare l’Europa da se stessa

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Questa settimana l’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha pubblicato un editoriale sul Financial Times per proporre una strategia di contrasto all’imminente recessione continentale, causata naturalmente dalla pandemia di coronavirus: aumento del debito pubblico e cancellazione dei debiti privati – ovvero totale ribaltamento dei crismi economico-fiscali che hanno sin qui informato le scelte di istituzioni e paesi membri dell’eurozona.

L’intervento di Draghi è arrivato dopo mesi di assoluto silenzio pubblico, scrivendo peraltro dalle colonne del quotidiano più importante e riconosciuto al mondo e non senza averne dato preventivo conto al capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella. Draghi non ha mai parlato a caso e anche per questo si è trattato di un passaggio di rilievo assoluto. Già sul finire del mandato all’Eurotower aveva tenuto diversi discorsi per affermare le sue idee da statista e non più da mero burocrate europeo.

Stavolta l’editoriale sul Financial Times è arrivato dopo che il suo nome era stato evocato per settimane da una cacofonia di voci che lo avevano identificato come l’unico deus ex machina in grado di risollevare le sorti d’Italia e, di riflesso, anche d’Europa nel contesto della crisi. Forse perché oggi Draghi non è percepito come un politico puro, bensì appunto come un vero statista di caratura internazionale che si è conquistato sul campo gradi e riconoscimento – dunque un gigante in mezzo ai tanti nani che hanno assunto le redini della politica europea nell’ultimo periodo.

L’ex direttore generale del Tesoro italiano si rende perfettamente conto che questa volta l’emergenza sarà molto più violenta rispetto al passato e che il vuoto pneumatico in cui si muovono i diversi leader europei rischia di segnare per sempre il futuro dell’Europa unita. Nel continente si sconta l’assenza di una leadership politica forte, in grado di coordinare le tante iniziative nazionali e con i sedicenti partner che al contrario eccitano conflitti ideologici alimentati dalle tradizionali accuse di colpe reciproche. Prova ne sia il pronto riemergere della penosa contrapposizione fra cicale e formiche, con gli stereotipi fra virtuosi anseatici del rigore e irredimibili spendaccioni del ClubMed.

Il messaggio di Draghi è invece semplice e schietto: stavolta non è colpa di nessuno e occorre reagire con nuovi strumenti per non esser travolti per sempre. Su queste idee si sono mossi nove paesi europei, fra cui Italia, Francia e Spagna, che in occasione dell’ultimo consiglio dei capi di Stato e di governo Ue hanno chiesto un incremento del debito pubblico, da condividere fa tutti mediante eurobond. Un’autentica eresia per i partner del Nord rispetto al peso del passato, anche se un compromesso sarà forse possibile, giacché l’Italia conserva un enorme potere di ricatto. Il suo ampio e ricco mercato, la sua sofisticazione tecnologica e l’inclusione nella filiera produttiva tedesca la rendono un ingranaggio essenziale per la prosperità della Germania. Al punto che mantenerla agganciata in un’area di libero scambio e con una valuta comune è un imperativo strategico per qualsiasi governo sieda a Berlino. Di qui la minaccia del premier Conte agli altri leader europei.

In attesa di Draghi, in gioco c’è l’insolvenza del nostro paese, il rischio che la paralisi indotta dalla quarantena porti la terza economia dell’Ue alla bancarotta.