I dolori del ministro Bonafede

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Se il paese non fosse alle prese con le pesantissime implicazioni sanitarie ed economiche di una crisi che non ha precedenti, lo scontro interno al giustizialismo italiano esploso domenica sera dominerebbe il dibattito pubblico nazionale. La vicenda antepone un simbolo dell’antimafia quale il consigliere del Csm Antonino Di Matteo al ministro della Giustizia espresso dal Movimento 5 Stelle, Alfonso Bonafede. Da una parte dunque il brillante pm-feticcio idolatrato dal popolo grillino, che in questi anni è diventato un’icona mediatica anche grazie alle inchieste del Fatto Quotidiano; dall’altra invece il ministro pentastellato già Guardasigilli nel Conte I, allevato alla stessa scuola dell’antimafia militante.

Il caso nasce con le dichiarazioni pubbliche di Nino Di Matteo (Bonafede gli avrebbe proposto di guidare le carceri italiane nel 2018, salvo ripensarci nel giro di 48 ore per non meglio precisati dissensi o addirittura veti sopraggiunti) e si unisce alle polemiche legate ai recenti provvedimenti di scarcerazione di alcuni detenuti condannati per reati di mafia, a causa dell’emergenza del Covid-19.

L’impressione è che oltre ad aver mandato completamente in tilt l’ideologia grillina, il caso ha finito per stritolare il ministro Bonafede nello stesso ingranaggio politico-propagandistico costruito negli anni dagli estensori di una certa cultura giustizialista. Un’ideologia che ha nutrito il consenso verso i 5Stelle, gonfiando le vele dell’antipolitica ed eccitando le invocazioni popolari di un redde rationem con i membri della Casta.

Per Bonafede è l’ennesima grana dopo i tanti dubbi sul suo operato da ministro: secondo alcuni, non è stato in grado di rivoltare l’Italia come un calzino come aveva premesso; per altri invece, ha concepito solo riforme controverse che hanno cambiato in peggio il volto della giustizia italiana. Senza contare i tragici fatti delle rivolte nelle carceri – con 13 morti – passati rapidamente in cavalleria nell’indifferenza generale.

Oggi Bonafede appare in grave difficoltà perché impossibilitato a dire tutta la verità sulla vicenda: sia nel caso in cui fossero vere le ricostruzioni secondo cui il no a Di Matteo giunse in primo luogo dalla Lega, al governo con i 5Stelle all’epoca dei fatti (rivelarlo significherebbe infatti ammettere la propria subalternità a Salvini); che in quello istituzionalmente ben più esplosivo secondo cui chi “consigliò” di evitare la nomina dell’ex pm di Palermo fu il Colle, che non avrebbe mai dimenticato le intercettazioni al presidente Napolitano al tempo del clamoroso conflitto di attribuzione attorno all’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia nel 2012.

Il fatto è che Bonafede è anche il capodelegazione del M5s nel governo, una posizione che contribuisce a rendere davvero incandescente la vicenda stanti le inevitabili ripercussioni politiche di un suo siluramento sulla tenuta del già traballante Conte II. L’opposizione ha colto l’occasione dichiarando di voler presentare una mozione di sfiducia al Senato contro il Guardasigilli, scommettendo sulle tensioni fra grillini e renziani per far saltare il ministro e provocare la caduta del governo.

Il Pd cerca invece di limitare i danni, scegliendo di blindare il mal digerito Bonafede per scaricare le responsabilità dell’episodio su Di Matteo, mentre come da tradizione il capo di Italia Viva punta a sfruttare la crisi per ampliare il potere negoziale di Italia Viva nella coalizione di maggioranza, subordinando il voto del gruppo alle dichiarazioni del ministro in aula.