Azzolina rimandata a settembre

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In Italia c’è un ministro che sta riuscendo nella difficile impresa di mettere d’accordo un po’ tutti fra partiti di governo, forze di opposizione, governatori regionali, sindacati e comuni cittadini. È la titolare del dicastero dell’Istruzione Lucia Azzolina, fresca di presentazione del piano di riapertura delle scuola dopo una girandola di annunci, riunioni, polemiche e pareri dell’immancabile comitato emergenziale convocato ad hoc durante la pandemia.

Distanziamento e regole sanitarie, flessibilità organizzativa, reperimento di nuovi spazi, offerta formativa ampliata su base territoriale: parole bollate come vuote da chi si aspettava linee guida ministeriali all’altezza del momento storico, ovvero tali da fornire indicazioni operative certe, senza rimandare (leggi: “scaricare”) la maggior parte delle decisioni sulle amministrazioni locali e sui dirigenti scolastici. Come ad esempio nel caso dell’individuazione di spazi aggiuntivi per fare le lezioni.

L’ultima a bocciare il piano di Azzolina è stata la Conferenza Stato-regioni, slittata di un giorno per trovare un’intesa in extremis sul rientro in aula il 14 settembre dopo sei mesi di blackout. Si tratta a ben vedere dell’ennesima dimostrazione del modo in cui la pandemia sia riuscita ad avvelenare ulteriormente la relazione fra governo centrale ed enti locali nel nostro paese, già profondamente complessa e squilibrata. Caso più unico che raro, se è vero che fra le poche conseguenze positive del Covid-19 c’è stato appunto il rilancio del ruolo statale ovunque nel mondo. Raggiungere un’intesa con le regioni è naturalmente nell’ordine delle cose, intanto però le proteste sono dilagate praticamente ovunque e la ministra appare sempre più isolata in seno al governo, oltre che all’interno della stessa maggioranza.

L’impressione di essere la pedina di un gioco più grande è forte, finalizzato magari a trovare il capro espiatorio su cui scaricare la responsabilità della fase più delicata della ripartenza. Se l’impresa fallisse, il danno d’immagine per la compagine governativa sarebbe certo importante; al tempo stesso però, garantirebbe al vertice dell’esecutivo la scusa perfetta per mettere mano a un rimpasto reputato necessario e non più procrastinabile.

Sul futuro del piano Azzolina inciderà l’effettiva disponibilità di risorse aggiuntive per la scuola, dopo il miliardo e mezzo messo in campo col decreto Rilancio e la domanda di un altro miliardo avanzata dalla titolare di Viale Trastevere. A fine 2019 l’ex ministro Fioramonti presentò le sue dimissioni per non aver ricevuto i tre miliardi richiesti nell’ambito della legge di Bilancio.

Come sempre in Italia più che sui contenuti di merito lo scontro si è spostato sul piano politico, complici le elezioni regionali imminenti e l’accusa di Azzolina ai governatori settentrionali di essersi tirati indietro dall’intesa su ordine del leader Salvini. Ipotesi plausibile, che non basta a spiegare l’entità delle proteste trasversali contro il piano per la riapertura. L’unico ad aver difeso apertamente Azzolina è stato il capo politico del Movimento Vito Crimi, mentre lo stesso primo ministro non si è spinto oltre le abituali dichiarazioni di circostanza sull’impegno a garantire le condizioni di sicurezza per gli alunni. Il premier è infatti sotto pressione per la scelta degli obiettivi per la fase 3, che sta acuendo sensibilmente i punti di conflitto nel governo.