Accordo su Autostrade

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Dopo giorni di trattative febbrili e roventi polemiche e al culmine di un vero e proprio conclave notturno – con l’esecutivo spaccato tra i sostenitori della linea dura e quelli della trattativa, alla fine è emersa l’opzione che vede lo Stato diventare progressivamente socio di maggioranza e i Benetton uscire da Autostrade.

Si avvia così alla conclusione uno dei dossier più intricati dell’attuale legislatura, un autentico rebus reso enormemente più complicato dalla convergenza di interessi politici contrapposti, da dinamiche finanziarie e industriali complesse, oltre che dall’esigenza di accertare in sede giudiziaria le cause della tragedia del 14 giugno 2018. Il primo a poter cantare vittoria è il premier Conte, che si è scrollato di dosso la nomea di temporeggiatore dopo settimane di dubbi legati all’empasse che ha congelato l’attività di Palazzo Chigi con la fine del lockdown.

È un risultato che nel complesso sembra però arridere a tutto il governo: la revoca avrebbe infatti implicato la capacità di mettere in campo un’alternativa concreta per la gestione della rete autostradale che al momento non esiste, a maggior ragione se per coprire circa la metà dei 5.800 chilometri affidati ai privati. Viceversa, col passaggio di proprietà Benetton/Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) l’azienda rimarrà in piedi e continuerà a operare, tutelando in primo luogo gli oltre 7mila dipendenti e garantendo allo Stato una partecipazione capace di generare abbondanti liquidità e utili, anche a pedaggi ridotti. Il governo si attrezzerà inoltre per evitare scalate ostili, innescate dal miele dei pedaggi, provando a contemperare le esigenze securitarie e di controllo con quelle degli investitori e del mercato.

Certo non mancano le voci critiche, a cominciare dal ritornello se abbia vinto lo Stato o lo statalismo, per non parlare del vincolo ad personam apposto da una parte della maggioranza contro soggetti ritenuti indegni di essere azionisti. Un precedente che non ha paragoni nel panorama occidentale.

Dopodiché vengono gli immancabili nodi politici. È il caso del malcontento strisciante fra i grillini più radicali verso un compromesso che ribadisce quanto sia difficile contemperare la propria anima movimentista con le esigenze di governo. Come pure le immancabili voci di un prossimo rimpasto a settembre dopo le frizioni andate in scena nel corso del negoziato notturno, legate soprattutto alla narrazione pelosa di una maggioranza bipartita fra gli intransigenti difensori dell’interesse nazionale e quanti, al contrario, si sarebbero mostrati fin troppo concilianti con i Benetton. Tensioni e veleni che non mancheranno di complicare le relazioni fra gli alleati nel proseguo della legislatura, cosa puntualmente emersa già all’indomani dell’accordo su Autostrade durante il ‘risiko’ delle commissioni di Camera e Senato per sostituire i presidenti leghisti o in occasione dell’approvazione del decreto rilancio con una maggioranza risicata a Palazzo Madama. Il tutto con buona pace della rapidità con cui i vertici di M5s e Pd si erano affrettati a mostrarsi soddisfatti e concordi per l’epilogo della spinosa vicenda.

All’orizzonte c’è adesso da affrontare il temibile nodo-Mes, che per il primo ministro non è all’ordine del giorno, salvo figurare quale convitato di pietra al cruciale summit europeo del 17-18 luglio sugli aiuti del fondo per la ripresa.