Il Game of Thrones della politica, da Roma a Bruxelles

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L’agenda politica della settimana è stata scandita dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles, attorno al quale si sono imperniate le discussioni alla Camera e al Senato martedì e mercoledì per l’approvazione della risoluzione del governo sulla posizione dell’Italia. Discussioni che sono state anche il recinto entro cui si è consumata la scissione parlamentare del Movimento 5 Stelle, con la fuoriuscita di Luigi Di Maio e la creazione del nuovo gruppo parlamentare “Insieme per il Futuro”.

Le notizie da Bruxelles confermano la candidatura ufficiale dell’Ucraina, così come della Moldavia, per la sua adesione all’Unione europea. Tutto abbastanza prevedibile e politicamente è un risultato molto importante per Zelensky. Ma sfogliando bene i documenti elaborati dal Consiglio europeo le rilevazioni importanti sono ben altre. Innanzitutto è stato approvato l’impegno a una nuova assistenza macrofinanziaria eccezionale a Kiev fino a nove miliardi di euro nel 2022. A questo si aggiunge l’imminente aumento del sostegno militare per esercitare il diritto di autodifesa contro l’aggressione russa. Un punto che anche il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba in un’intervista al Corriere della Sera ha confermato fondamentale per poter indirizzare i negoziati. Il mantra, sostenuto anche dagli Stati Uniti, è sempre lo stesso: senza vittoria militare non può esserci una trattativa diplomatica seria. E anche l’Europa, adesso, sembra esserne convinta.

Sulla questione del tetto al prezzo del gas, il Presidente del Consiglio Mario Draghi si aspettava un’accelerata da parte del Consiglio europeo, che non c’è stata. Se ne riparlerà in data da definirsi. Quanto al processo di adesione dell’Ucraina, e della Moldavia all’Ue, come si diceva, l’approvazione della candidatura era piuttosto scontata già osservando l’orientamento del Parlamento europeo, che l’aveva avallata con 529 voti a favore e solo 45 contrari e 14 astenuti. Ma quello che non era altrettanto prevedibile era la polemica innescata dai paesi balcanici, Macedonia del Nord e Albania, che lo status di candidati ce l’hanno già, ma il cui processo di ingresso si è impantanato a causa del veto bulgaro. La protesta del Presidente albanese Edi Rama, resa pubblica su Twitter, è stata piuttosto altisonante: “Siamo qui, ma sempre come ospiti, in una stanza divisa. Mi dispiace per l’Ucraina, spero che possiamo aiutarla. L’Albania ha ottenuto lo status di candidato otto anni fa, la Macedonia del Nord 17 anni fa. Spero che i cittadini ucraini non si facciano troppe illusioni”.

Mario Draghi ha preso posto tra i 27 leader europei rasserenato dopo la scissione dei 5Stelle, che aveva inizialmente fatto temere per la tenuta della maggioranza. Crisi rientrata. Giuseppe Conte e i suoi “patrioti” grillini hanno promesso il sostegno al governo, ma intanto si sta configurando una eterogenea e trasversale area di centro, che per il momento rappresenterà il baluardo draghiano per scongiurare eventuali e potenziali crisi parlamentari. Ma quello che si sta sperimentando adesso in Parlamento potrebbe essere il preludio alla nascita di un grande centro in vista delle elezioni del 2023, una formazione che raccoglie non solo i “dimaiani”, ma anche quell’area che per adesso sta rastrellando consensi da Carlo Calenda, Giovanni Toti, Mara Carfagna, Luigi Brugnaro e lo stesso Matteo Renzi. Un movimento frenetico, innescato con una mossa politica che ha rivelato l’abilità del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per la scelta del tempo e del modo: subito dopo la marcia indietro di Conte sulla politica estera del governo e il suo impegno a sostenere Draghi. Successivamente è salito al Quirinale per illustrare a Mattarella le motivazioni e le cause di una divaricazione ormai insanabile. Un terremoto, insomma, neutralizzando però qualsiasi scossa al governo in un momento molto delicato.

Le tante adesioni in poche ore al nuovo gruppo hanno dimostrato che la mossa era già stata studiata a tavolino. Ma ad accelerarle è stata anche la questione dei soldi: molti dei transfughi non erano in regola con le restituzioni al Movimento di parte degli stipendi. Con l’ingresso nel nuovo gruppo i morosi non solo non saranno più soggetti al pagamento della “fastidiosa gabella” ma vedranno decadere le more che avevano maturato per i ritardi. Anche a destra, negli ultimi giorni, sono aumentati i movimenti, soprattutto in casa Lega. Il progetto di Giancarlo Giorgetti di ricreare un partito espressione del Nord, spogliato da ideologismi sovranisti e ben ancorato al tessuto imprenditoriale e industriale, è ancora fumoso, ma concreto.
Il Game of Thrones della politica italiana è iniziato, come era prevedibile, a un anno dalle elezioni politiche in programma nel 2023. Il percorso è molto lungo e, stando a queste premesse, ricco di insidie.

 

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