Italia e Francia firmano il Patto di Napoli

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Il 35esimo summit italo-francese si è celebrato a Napoli a distanza di due anni dall’ultimo vertice di Lione. I summit bilaterali fra Italia e Francia risalgono ai primordi dell’Europa unita e sono divenuti un appuntamento regolare fin dai tempi di Mitterand e Spadolini, un segno tangibile della solidità delle relazioni che l’Italia intrattiene con il vicino d’Oltralpe.

L’ultimo appuntamento si era svolto nel settembre 2017, quando il primo ministro italiano era Paolo Gentiloni ed Emmanuel Macron era presidente della Repubblica francese da appena cinque mesi. Da quel momento le due nazioni hanno conosciuto tre anni di rapporti altalenanti e non si erano più incontrate per un bilaterale. Complici le divergenze su tanti dossier strategici (a partire da cantieristica navale militare, Libia e migranti), come pure per l’avvento dell’esecutivo gialloverde, che aveva individuato proprio nella Francia di Macron uno dei suoi più formidabili avversari continentali. Fino alla crisi dello scorso anno, innescata dall’improvvida iniziativa in terra francese dell’ex capo politico del M5s e proseguita con la furibonda reazione transalpina, con annesso ritiro dell’ambasciatore da Roma.

Per questo motivo il summit di Napoli è stato salutato come il vertice del rilancio. Oltre al capo dello Stato francese sono sbarcati nella città partenopea la bellezza di undici ministri, peraltro in barba alla psicosi da coronavirus che sta sancendo l’emarginazione italiana nel mondo. Se Parigi cerca un alleato in Europa per giocare di sponda sulla Germania e acquisire quote di potere dopo il Brexit, l’attuale governo italiano sente con forza la necessità di uscire dall’isolamento in cui era caduta complice l’azione del precedente esecutivo.

La partnership suggellata dal Patto di Napoli promette di rilanciare le relazioni nei campi della difesa, della ricerca scientifica, della cooperazione industriale, dei trasporti e del controllo dei flussi migratori. Oltre che di coordinare il voto dei due Paesi in sede di Bruxelles, quando ci sarà da provare a spezzare il fronte del rigore contabile incarnato dai partner nordici ed Est-europei, di indirizzare le discussioni sul prossimo bilancio europeo e di mettersi al riparo dalle implicazioni della riforma del Fondo salva Stati.

Per l’Italia le opportunità sono numerose e risiedono ad esempio nella possibilità di assicurare un presidio congiunto del Mediterraneo – specialmente nei suoi quadranti orientali e levantini, sempre più esposti alle manovre di potenze concorrenti e ove il nostro Paese è chiamato a tutelare rilevanti interessi di natura diplomatica, commerciale ed energetica. Anche i rischi però sono consistenti. La Francia siede infatti fra i pesi massimi dell’arena globale e si muove sempre come un sistema Paese che ha ben chiari i propri interessi.

Per questo motivo qualsiasi tentativo di coltivare il rapporto bilaterale con Parigi come se si trattasse di una relazione fra pari corre il rischio di esporci a cocenti delusioni, tenuto conto delle nostre persistenti difficoltà a elaborare un’autocoscienza di nazione compiuta. Sulla Libia ad esempio il summit di Napoli ha chiarito che al di là dei sorrisi le divergenze restano profonde e che Macron non ha nessuna intenzione di applicare i suoi principi di solidarietà europea anche a sud del Mediterraneo.