Gli accordi di Abramo

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La normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Israele e alcuni degli alleati arabi degli Stati Uniti è la notizia della settimana. Per Washington l’esigenza di semplificare la posizione regionale del proprio gemello strategico in Terra Santa è un obiettivo che risale agli albori del mandato presidenziale di Trump, il quale già nel 2017 tentò senza successo di agganciare Emirati Arabi Uniti (Eau) e Arabia Saudita alla proposta di accordo per risolvere il conflitto israelo-palestinese (c.d. Deal of the century).

Da quel momento la Casa Bianca ha cambiato approccio, passando a chiedere ai propri alleati una normalizzazione di stampo bilaterale, formalizzata tre giorni fa nella cornice degli “accordi di Abramo”. Il patto è un successo pieno, innegabile e personale del presidente Trump, favorito dall’intreccio di relazioni informali (quando non occulte) in essere ormai da alcuni anni fra Gerusalemme e i paesi arabi del Golfo in campo economico-finanziario, d’intelligence e di sicurezza. Se la normalizzazione con gli Eau è stata tutto sommato facile – in fondo alla “piccola Sparta” difetta l’ingombrante afflato panarabo che caratterizza i vicini, l’apertura da parte di Manama costituisce il segnale che anche la normalizzazione fra lo Stato ebraico e l’Arabia Saudita è un traguardo in prospettiva raggiungibile.

Il piccolo Bahrein è infatti legato a doppio filo a Riyad ed è probabile che costituirà una piattaforma neutra per incontri non ufficiali tra sauditi e israeliani. Nel breve termine per il principe della corona Mohammad bin Salman la piena riconciliazione con Israele è però una mossa ancora troppo complicata, date le aspirazioni saudite di leadership regionale, la sua delicata posizione di guida del mondo musulmano e l’ostilità del monarca regnante.

Il fatto che gli accordi Israele-Eau-Bahrein siano stati siglati nell’anniversario dell’attacco alle strutture petrolifere dell’Aramco (14 settembre 2019), attribuito all’Iran ma rivendicato dagli insorti houthi yemeniti, è comunque un dettaglio da non sottovalutare. La natura antipersiana e antiturca della manovra diplomatica è talmente evidente che a starne fuori sono il Qatar, alleato di ferro e finanziatore delle più recenti imprese geopolitiche turche fra Mediterraneo, Libia e Corno d’Africa, e l’Oman, lo storico mediatore del Golfo fra iraniani e loro nemici.

A livello strutturale, dunque, il notevole attivismo messo in mostra giusto in questi anni dagli eredi dei più grandi imperi mediorientali della Storia (Teheran e Ankara) è stata la molla che ha favorito l’adunanza di arabi al fianco degli ebrei contro i non arabi. Un’operazione talmente urgente da spingere il governo israeliano a rinunciare per il momento alla prospettata annessione della Cisgiordania, facendo infuriare le componenti più radicali della propria popolazione: per sopravvivere in una regione che le è ancora in gran parte ostile, Israele necessita infatti di compensare la sua esiguità territoriale con una strategia tradizionalmente aggressiva e la continua ricerca di nuovi alleati.

Gli Stati Uniti potranno dunque continuare ad allestire la propria coalizione anti-iraniana e a frenare le ambizioni turche, mantenendo in perenne litigio i successori dell’impero ottomano per evitare una concentrazione di potere che complichi i calcoli della superpotenza in Medio Oriente.