Il metodo Draghi

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Il lascito più peculiare delle consultazioni concluse mercoledì è stato l’approccio esibito dal primo ministro incaricato Mario Draghi durante i suoi confronti con i partiti e le parti sociali. Talmente peculiare e, soprattutto, inusuale rispetto agli standard che hanno sempre caratterizzato le trattative per formare gli esecutivi italiani da esser prontamente etichettato come il nuovo “sistema” o “metodo” Draghi.

In questi giorni l’ex presidente della Bce ha letteralmente sconvolto il mondo dei partiti con la sua garbata riservatezza, la sua attitudine al lavoro silenzioso e la sua capacità d’ascolto. Traducendo in terribile realtà quanto già annunciato a suo tempo dal presidente Mattarella: il prossimo governo della XVIII Legislatura (il sessantasettesimo dall’avvento della Repubblica) dovrà poter disporre della massima fiducia possibile in Parlamento senza identificarsi con alcuna formula politica.

Un vero e proprio scenario da incubo per i partiti, tagliati fuori da ogni trattativa su posti e poltrone come mai prima d’ora. Se il voto su Rousseau ha certificato anche il sì in extremis del M5s, garantendo a Draghi un vantaggio strategico non indifferente dal momento che nessuna forza della sua coalizione avrà da sola i numeri per farlo cadere (e dunque ricattarlo), al tempo stesso la sua rigorosa aderenza al dettato dell’articolo 92 della Costituzione certifica che stavolta le scelte sui ministri spettavano esclusivamente al prossimo tenutario di Palazzo Chigi, di concerto con il capo dello Stato.

Il presidente del Consiglio incaricato è atteso in serata al Quirinale per sciogliere la riserva e far conoscere il contenuto dell’ormai fatidica lista dopo un giorno di riflessione concluse le consultazioni. Non sorprende che nel frattempo sia montata a dismisura la tensione fra gli attori della politica, rimasti per una volta completamente al buio nonostante la baldanza esibita a inizio consultazioni a favor di telecamere. E fallisce anche un “totoministri” forse mai realmente iniziato nel vasto mondo dei palazzi e delle “bolle della politica” romane, frutto naturalmente del totale understatement di Draghi.

Le certezze sulle sue prossime scelte sono davvero risicate. Si parte dall’ipotesi di una doppia lista di cosiddetti “tecnici” e di politici: la prima costruita da Draghi in persona, con la concentrazione dei suoi uomini di fiducia nei dicasteri chiave per la ripresa economica (Mef, Sviluppo economico e Infrastrutture), la seconda gestita invece dal Quirinale. Sempre nella segretezza più assoluta. Un’altra caratteristica sarà l’assenza di leader politici, condizione di non poco conto per quanti speravano di poter risollevare le proprie sorti grazie a un’entusiastica adesione al nuovo corso. Con un sostanziale equilibrio di genere, dettaglio affatto secondario che ha contribuito non poco a scompaginare ulteriormente le “rose” presentate dai partiti in occasione delle consultazioni.

Oltre alla lista ufficiale dei ministri, sarà interessante scoprire il modo in cui il prossimo presidente del Consiglio gestirà la comunicazione di un esecutivo destinato a essere decisivo – nel bene e nel male – per le sorti future del paese. Ovvero per quanto tempo ancora sarà possibile, nell’era dei social totalizzanti e dei fenomeni mediatici, mantenere il consenso popolare esclusivamente tramite un lavoro silenzioso e riservato. All’insegna dei risultati e senza i soliti annunci della vigilia. Per trasmettere l’immagine di un “centro” del governo laborioso, a fronte di un arco partitico che non mancherà di sgomitare per occupare il proprio posto al sole all’interno della maggioranza.