Balletto sulla prescrizione

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Il balletto sulla prescrizione che attanaglia la maggioranza da settimane configura un doppio-scontro combattuto sull’idealismo (peloso?) dei partiti e soprattutto le loro esigenze di posizionamento nell’agone politico.

L’ultimo capitolo della querelle è andato in scena con il Cdm di giovedì, disertato dai ministri renziani Bellanova e Bonetti e risoltosi con l’inserimento del c.d. lodo Conte bis nel ddl sulla riforma del processo penale. Con buona pace dei renziani, che chiedevano il rinvio di un anno della riforma Bonafede sulla prescrizione, l’accordo sostenuto da M5s, Pd e Leu stabilisce adesso una distinzione tra condannati e assolti con lo stop del decorrere della prescrizione soltanto per i primi.

Un’autentica provocazione per l’ex premier e segretario Pd che, in precedenza, era riuscito a impedire agli alleati di non inserire la riforma della prescrizione in un emendamento al Milleproroghe. In attesa di conoscere le prossime mosse dei contendenti (Conte starebbe infatti ragionando su come disarmare le truppe di Renzi al Senato, allargando il perimetro della maggioranza a una cordata di “responsabili”), qualche riflessione è pur sempre lecita. Lo scontro che antepone renziani e grillini è l’ennesima manifestazione dell’eterna disputa tra i c.d. garantisti, che difendono l’istituto della prescrizione per poter sottrarre in tempi certi imputati e indagati dall’incubo di processi interminabili, e i c.d. giustizialisti, i quali sostengono invece che così facendo frotte di delinquenti sfuggirebbero alla spada della giustizia.

Il fatto è che poi assieme alle battaglie di principio ci sono anche le più prosaiche esigenze di posizionamento politico. Prova ne sia la difesa a oltranza imbastita dal M5s sull’ennesimo provvedimento-bandiera della sua esperienza di governo, come pure il tentativo renziano di esorcizzare il ben misero 4% raccolto sin qui nei sondaggi con un atteggiamento assertivo nei confronti del partner pentastellato. Nel mezzo ci sono i Dem, protagonisti di tanti richiami a Italia Viva sulla necessità di saper “governare venendosi incontro” fra alleati, eppure sostanzialmente schiacciati sulle posizioni dei 5Stelle in materia di prescrizione che, di fatto, cancellano la loro precedente legge Orlando.

Più di ogni altra cosa c’è ora da isolare il secessionista Renzi per smascherarne le velleità politiche, anche a costo di offrire un appiglio vitale ai pentastellati in un momento di loro crisi interna ancora acuta. Difficile però che le parti vogliano davvero arrivare alla rottura: in ballo ci sono pur sempre le 400 poltrone pubbliche da assegnare, mentre l’opzione del voto anticipato deve fare i conti con la necessità di dare la precedenza al referendum sul taglio dei parlamentari che si terrà a fine marzo.

La prima finestra utile per andare al voto si aprirebbe dunque non prima di settembre. Persino il voto di sfiducia a Bonafede evocato da Renzi rischia di tramutarsi in un’arma a doppio taglio. Se infatti il Senato riuscisse a blindare il Guardasigilli, ciò significherebbe che a Palazzo Madama esiste davvero una maggioranza che può fare a meno dei renziani. Questi parlamentari proverrebbero dalle fila dei forzisti di Mara Carfagna, dai centristi e anche da pezzi della stessa Italia Viva, evidentemente spaventati dall’incertezza che avvolge fitta il dopo-Conte II.