La Turchia apre un nuovo capitolo della crisi siriana

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L’invasione turca del Rojava segna l’apertura di un nuovo capitolo nell’annosa guerra civile siriana. Un conflitto che si trascina insoluto dal 2011 e che con le sue cicliche recrudescenze infiamma il Levante tutto e financo l’intera regione mediorientale. La Turchia torna a intervenire in Siria in ossequio alla sua volontà precipua di riappropriarsi dello status imperiale perduto nel 1918. Oggigiorno ciò significa mettere fuori combattimento i gruppi armati curdi stabilitisi a est dell’Eufrate a seguito della loro campagna contro il sedicente Stato islamico, culminata nella riconquista di Raqqa (2017) e la cacciata delle bande di al-Baghdadi nei deserti del sud.

Visti da Ankara, i curdi rappresentano infatti una minaccia esistenziale: il “popolo senza Stato” sogna da sempre di fondare un proprio soggetto statuale nei territori in cui è maggioranza, ivi compresa l’odierna Turchia ove costituisce almeno il 20% della popolazione. Se la “minaccia” curda racchiude in sé il potenziale per mandare in frantumi lo Stato turco, al tempo stesso offre al governo Erdogan l’opportunità perfetta per perseguire il proprio sogno neo-ottomano.

La carta mentale che guida il presidente turco è difatti quella del Patto nazionale, disegnata dall’ultimo parlamento ottomano nel 1920: una Grande Turchia comprendente terre oggi formalmente siriane e irachene, da Aleppo a Kirkuk passando per Mosul e Arbil. Di qui l’intervento armato in Siria delle ultime ore, per privare i curdi siriani della loro continuità territoriale e soprattutto ampliare la propria sfera d’influenza nelle terre contese e ambite. Il lancio dell’operazione “Fonte di pace” è per Erdogan un enorme successo interno, tenuto conto l’obiettivo ufficiale di reinsediare a sud del confine una parte dei profughi arabi fuggiti dalla Siria e ospitati in Turchia (fra malumori crescenti), come pure quello coperto di favorire in tal modo l’arabizzazione di terre siriane oggi etnicamente curde.

Non mancano le incognite: l’espansione militare turca a est dell’Eufrate può esasperare il confronto con i rivali geopolitici strutturali di Ankara. Il governo iraniano ha lanciato delle esercitazioni militari a sorpresa lungo il confine con la Turchia nel primo giorno dell’invasione, mentre la Russia si adoperava per suggerire cautela a Erdogan visti i propri rapporti di ferro con il regime di Damasco. Le vicende dell’ultima settimana dimostrano inoltre l’ampiezza raggiunta dalla divaricazione fra americani e turchi. Washington persegue da tempo un doppio obiettivo mediorientale: la riduzione dell’influenza iraniana e il depotenziamento delle velleità imperiali turche.

Per questo è lecito sospettare che il via libera tecnico all’attacco della Turchia non fosse che un espediente volto a far impantanare le ambizioni di Ankara su un terreno a lei fatalmente ostile. Le frizioni fra la Casa Bianca e la componente più ideologizzata del Congresso – che accusa Trump di voler regalare il Medio Oriente a russi e persiani e di abbandonare i curdi al loro destino – rischiano però di svelare il bluff antiturco di Washington. Oltre che di ingolfare in maniera preoccupante il motore della superpotenza. All’Europa non resterà che raccogliere i cocci dell’ennesima crisi: sia che si tratti di nuovi profughi, che di foreign fighters fuggiti dalle prigioni curde.