L’eredità di Draghi dietro alla gaffe di Lagarde

Voiced by Amazon Polly

Mentre la trasformazione del coronavirus in una pandemia globale e il blocco dei voli Europa-Usa ordinato dal presidente Trump facevano crollare i listini di mezzo mondo, nella giornata di giovedì il disastro comunicativo della signora Lagarde costringeva il capo dello Stato Sergio Mattarella a rivolgere contro le istituzioni europee quelle che sono e probabilmente resteranno le parole più dure di tutto il suo mandato al Quirinale.

Un risvolto invero beffardo per uno statista prudente e animato da un europeismo sincero quale appunto è il presidente Mattarella, ma che pure serve a cogliere la gravità del momento di profonda crisi che ci attanaglia. Con l’Italia colpita da uno shock esterno del tutto inatteso (il Covid-19), che ha provocato una semi-paralisi nell’attività economica aggregata. Con un governo che si riscopre sempre più isolato a livello internazionale, nonostante le pelose dichiarazioni di sostegno giunte dagli elusivi partner continentali. Oltre che esposto alle seducenti promesse di aiuto cinesi e di colpo dimentico delle gravi responsabilità di Pechino nella diffusione dell’emergenza sanitaria.

In questo contesto il disastro comunicativo del successore di Mario Draghi al vertice della Bce è tanto più spiacevole stante le formidabili aspettative che circondano le banche centrali dalla crisi del 2008. Fino ad allora l’economia globale aveva accumulato una serie di bolle speculative, a cominciare da quella immobiliare, che una volta esplose resero necessario l’intervento concertato delle principali banche centrali – Fed, Bce, Boe, Boj e Pboc – per scongiurare il collasso del sistema finanziario mondiale. Per il governatore Bce si trattò di immettere miliardi di dollari nel sistema mediante programmi di acquisto negativi per i depositi, onde far pagare alle banche di Eurolandia la scelta di tener parcheggiato il denaro a Francoforte, invece di prestarlo a imprese e famiglie. Era il celebre Whatever it takes di Draghi, che contestualmente però non si stancava di incitare i governi nazionali a concepire e attuare politiche fiscali concertate per rilanciare su basi sostenibili una crescita armonica. E mentre nell’Eurozona avvampava lo scontro tra “creditori” nordici e “debitori” meridionali, l’Italia sceglieva di trincerarsi dietro lo scudo monetario della Bce per evitare di affrontare gli annosi problemi che ne deprimono l’economia dall’interno da almeno un ventennio: declino della produttività, inefficienza di burocrazia e sistema giudiziario, evasione fiscale, criminalità organizzata, divario Sud-Nord. Salvo poi spendere soldi che non aveva, con programmi di spesa a debito come quota 100 e reddito di cittadinanza, dalla ricadute positive limitate.

In questo contesto è arrivato il pesante errore di comunicazione di Lagarde di ieri («Non siamo qui per chiudere gli spread»), poi corretto parzialmente in extremis complice l’irata reazione di Quirinale, Mef e mondo politico italiano tutto. E tale da offuscare l’ambizioso obiettivo politico che pure ne sottendeva il messaggio: spingere Stati e istituzioni europee a un impegno maggiore nel contrasto alle conseguenze economiche del virus. Magari, mediate l’adozione di un piano fiscale ambizioso e coordinato di sostegno alle imprese. Prima che sia troppo tardi.