Si avvicina la resa dei conti sul Mes

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Non c’è pace per gli alleati di maggioranza dopo una settimana vissuta all’insegna dell’ennesimo tira e molla fratricida sul Mes.

Nato per assistere i paesi dell’Eurozona che sperimentano gravi difficoltà di finanziamento, l’ormai famigerato fondo salva-Stati è balzato agli onori della cronaca soprattutto con l’esplodere della crisi da Covid-19 e dopo che la scorsa primavera l’Eurogruppo ne ha fatto uno strumento con condizionalità leggere messo a disposizione dei sistemi sanitari dei paesi dell’area euro.

Fino ad allora era stato criticato poiché per ricevere il suo denaro il paese che faceva domanda doveva impegnarsi a intraprendere riforme imponenti, sullo stile di quelle che hanno messo in ginocchio la Grecia e ispirate alla cultura fiscale del mondo anglosassone e in particolare tedesco. Gli Stati membri dell’Europa meridionale, tradizionalmente in ristrettezze finanziarie, lo hanno sempre percepito come uno strumento di colonizzazione indiretta.

Di recente è stato riformato con l’introduzione di nuovi compiti per scoraggiare attacchi speculativi contro le banche europee, criteri che modificano i termini di un titolo pubblico statale e linee di credito precauzionali nel caso di una crisi finanziaria. In nessun altro paese europeo è stato però l’oggetto di un dibattito pubblico tanto intenso e ideologizzato come in Italia.

La riforma verrà presentata al Parlamento il prossimo 9 dicembre dal premier Conte, che dovrà ottenere il via libera politico di Camera e Senato per sostenerne l’approvazione in occasione del Consiglio europeo del 10-11 dicembre. Sul punto è un tutti contro tutti, all’interno e fra i partiti.

Nel centrodestra svetta la posizione di Silvio Berlusconi, inizialmente favorevole alla riforma e poi contrario, col risultato di generare forti tensioni all’interno di Forza Italia proprio mentre una parte dei suoi parlamentari assaporava la possibilità di collaborare con la maggioranza volgendo le spalle ai sovranisti. Fra questi era stata soprattutto la Lega ad accendere la polemica contro il Mes, nonostante il sostanziale via libera del Conte I al processo di riforma del fondo salva-Stati.

Ma il grande nodo politico riguarda naturalmente i rapporti all’interno della maggioranza: il capogruppo Pd alla Camera Graziano Delrio ha ribadito che gli alleati rischiano la crisi di governo, soprattutto al Senato, mentre il titolare per gli Affari europei Vincenzo Amendola faceva notare che “un governo senza una maggioranza in politica estera deve far riflettere”.

Il punto recepisce le medesime perplessità che attanagliano il Quirinale, per cui sarebbe inconcepibile che un governo nato espressamente per ricucire i rapporti con Bruxelles dopo la parentesi giallo-verde finisca per affossare uno degli strumenti messi in campo dall’Ue per superare la crisi.

Nel mentre bisogna registrare le bordate del comico-fondatore del M5s Beppe Grillo contro il fondo, la lettera siglata da una sessantina di parlamentari grillini contenente la minaccia di bloccare la riforma e le continue dichiarazioni di contrarietà al Mes rilasciate dal capo politico di fatto dei 5S, Luigi Di Maio.

Le contorsioni nella maggioranza di governo hanno messo in allarme partner e istituzioni europee, nel timore che il cortocircuito italiano possa finire per scaricarsi sul resto dell’Unione in un momento già complesso stante il braccio di ferro con Budapest e Varsavia su bilancio comunitario e stato di diritto e le trattative praticamente infinite sul Brexit. La stampa tedesca ha colto al volo l’occasione per aprire il tradizionale fuoco di sbarramento contro il nostro paese, senza neppure risparmiarci pelose riflessioni sull’opportunità di una permanenza di Roma nel progetto europeo.

Giunti a questo punto il primo ministro Conte avrà il suo bel da fare per tentare una difficile sintesi in Parlamento e magari esporsi pubblicamente sul Mes, dopo l’assordante silenzio degli ultimi mesi. Non è un momento facile per il presidente del Consiglio: dopo due mesi di consenso personale calante e l’insofferenza manifesta degli alleati per la sua gestione dei principali dossier (riforme, nomine e Recovery fund), una crisi di governo a questo punto della legislatura – peraltro su un tema cruciale come l’Europa – costituirebbe un autentico suicidio politico. Un vero punto di non ritorno, complici le tante difficoltà a rimettere assieme i pezzi di una nuova maggioranza.