Il governo M5s-Pd è senza alternative

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Nella settimana in cui l’adozione del Decreto Rilancio segnala il primo tentativo di ripartenza dalle macerie socioeconomiche del coronavirus, l’occasione è propizia per mettere in fila i motivi per cui – al momento – non esistono alternative al governo M5s-Pd. In attesa di essere naturalmente smentiti dall’esito del voto in Senato sulla sfiducia a Bonafede, fissato per la prossima settimana, o dal voto parlamentare sul fondo salva-Stati.

Mai come in questa fase il governo Conte è apparso prigioniero delle sue stesse contraddizioni, con gli alleati giallorossi costretti in un innaturale quanto forzato abbraccio fratricida che rende plastica la loro incapacità di dare vita a una alleanza politica degno di questo nome – neppure nelle ore più buie del lockdown. Salvo essere proprio la somma delle loro intrinseche debolezze la ragione decisiva della permanenza al potere del premier Conte, l’equilibrista refrattario alle decisioni nette (del resto, come potrebbe?), la cui leadership è inversamente proporzionale alla consistenza delle alternative.

Oggi per i 5Stelle mollare “l’avvocato del popolo” è semplicemente impensabile, come pure mettere in discussione l’alleanza con il Partito democratico, a meno di non voler accelerare il progressivo disfacimento del loro corposo gruppo parlamentare e lo scivolamento nella relativa irrilevanza politica in caso di elezioni anticipate. L’imperativo categorico è restare al governo, costi quel che costi e con buona pace delle tante battaglie identitarie sacrificate a partire dal 2018 sull’altare del potere (ieri il Tav, oggi i migranti, domani il Mes).

La perdita di vitalità del M5s è anche nella scelta dei leader: dapprima un frontman ruspante come Grillo, quindi un capo incapace di incidere come Di Maio, infine un semplice pontiere come Crimi. D’altro canto il Pd è troppo poco forte in Parlamento per pensare di imporre un rimpasto, persino a un alleato in chiara difficoltà interna. Dopo essere stati catapultati a Palazzo Chigi dal tatticismo esasperato dell’ex segretario Renzi, oggigiorno i Dem sono in primo luogo un’oligarchia di dirigenti in cerca di un’identità. Il cui consenso popolare finisce per essere semplice funzione della miseria dell’attuale offerta politica nazionale.

Accanto al Pd si agita Italia Viva, per conquistare peso negoziale nel governo e conscia che una sua uscita dalla maggioranza metterebbe a rischio la tenuta del Conte II. Ma che nell’eventualità di elezioni anticipate rischia di mancare clamorosamente l’ingresso in Parlamento. È probabile che il premier abbia fiutato da tempo il bluff di Renzi. Se anche Forza Italia ha tutto da temere da un ritorno alle urne, il fatto che gli azzurri abbiano lo stesso numero di senatori della Lega significa poter dare una mano a Conte in caso di crisi – con tutto quel che ne consegue in termini di contropartite.

Salvini e Meloni da par loro non paiono in grado di smuovere gli equilibri parlamentari, pur essendo confortati da indici di gradimento importanti che ne confermano l’attendismo.

Infine l’ex numero uno di Bce Mario Draghi, evocato a più riprese per traghettare il Paese oltre la crisi come capo di un esecutivo di unità nazionale. Salvo non essere per nulla convito di dover scendere a patti con gli attuali referenti dello scacchiere parlamentare – vista e considerata la residuale forza politica conservata ancora oggi dalle principali forze populiste.