La guerra della Russia all’Ucraina

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All’alba del 24 febbraio le Forze armate russe hanno iniziato l’invasione dell’Ucraina su ordine diretto del presidente Vladimir Putin. Stando alla propaganda moscovita, l’operazione punta a «demilitarizzare e denazificare» Kiev, oltre che a proteggere le autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

Il riconoscimento russo dei separatisti nel Donbas è stato il preambolo per l’invasione, oltre che una conferma del fallimento dei negoziati e del respingimento delle richieste del Cremlino agli americani. Fra queste: neutralità sine die dell’Ucraina, abbandono tramite revisione costituzionale dell’adesione alla Nato, chiusura dei siti missilistici dell’Alleanza Atlantica in Romania e Polonia.

Potenza storicamente insicura, la Russia cerca da tempo il modo per arrestare il contenimento ai propri danni ordito dagli americani e appaltato agli europei russofobi (polacchi, rumeni e baltici), che negli anni è arrivato a lambire i confini di Bielorussia, Ucraina e Georgia – ovvero gli ultimi cuscinetti dell’ex spazio difensivo russo nel Vecchio Continente.

Così la dirigenza moscovita si è convinta ad agire, scommettendo specialmente sulla percepita distrazione degli Stati Uniti verso il teatro dell’Indo-Pacifico e sulla fatica imperiale della superpotenza, complice l’assalto al Campidoglio del 2021 che ha svelato la faglia profonda fra gli americani dell’interno – mediamente stanchi di battersi in giro per il mondo – e quelli delle coste – tendenti al post-storicismo e al benessere.

Conseguenza diretta di tutto ciò è la catena di eventi che nel corso degli ultimi mesi ha portato Mosca a concentrare quasi 200 mila militari ai confini dell’Ucraina, per volgere a proprio favore il negoziato con Washington e soci europei sull’assetto securitario del continente. Fino alla decisione finale di invadere Kiev, preso atto del fallimento dei negoziati.

L’opzione militare è una scommessa personale del presidente Putin, convinto che le armi siano l’ultima possibilità per non passare alla storia come colui che ha perso la culla della Rus’ – luogo mitico e fondativo della storia e della civiltà russa che in epoca medioevale era incentrato proprio su Kiev.

La riunione del Consiglio di sicurezza di lunedì scorso, con tutti i più stretti collaboratori di Putin chiamati a dichiarare il loro appoggio al riconoscimento del Donbas (anche contro la loro volontà, come nel caso del capo dell’intelligence) è stata emblematica. Poiché ha blindato la fedeltà delle più alte cariche dello Stato alla volontà del presidente nel momento in cui la guerra non era più un’opzione soltanto ipotetica. Come a dire: se l’operazione in Ucraina dovesse finire male, le conseguenze saranno di tutti.

L’offensiva militare è iniziata con una serie di bombardamenti contro le basi aeree, i centri di comando e i sistemi difensivi terra-aria dell’Ucraina. Dopodiché l’esercito russo è penetrato nel paese da molteplici direzioni: dalla Bielorussia (nord), dai distretti occidentali della Federazione (est) e dalla Crimea (sud). Incontrando un po’ ovunque l’accanita resistenza dei difensori, ma disponendo comunque di una soverchiante superiorità bellica.

Nel mentre le truppe inviate di rinforzo nel Donbas dopo il riconoscimento di Donetsk e Lugansk inchiodavano in posizione esposta verso sud sud-est il grosso dell’esercito ucraino. Con l’obiettivo di chiuderlo in una grande sacca sulla riva destra del fiume Dnepr nel corso dei prossimi giorni, una volta superate le difese ucraine del sud e dell’est. E approfittando dello sbilanciamento militare dell’Ucraina per colpire obiettivi ben più strategici in altre parti del paese.

Emblematica l’offensiva su Kiev, lanciata per disarticolare già nelle prime ore di battaglia le capacità di resistenza dello Stato ucraino e per infliggergli una sconfitta decisiva. Con ogni probabilità, la capitale dell’ex repubblica sovietica è destinata a capitolare nelle prossime ore, una prospettiva che ha portato il presidente Volodymyr Zelensky ha proporre in extremis all’omologo russo lo status di paese neutrale per l’Ucraina.

Il governo di Kiev sarebbe pronto a negoziare la propria neutralità per giungere nel tempo più rapido possibile a un accordo di pace con la Russia. Dopotutto, Mosca deve ancora impiegare la maggior parte delle forze ammassate per l’invasione e da occidente c’è la certezza che non giungeranno aiuti agli ucraini. Dopo aver flirtato per anni con Kiev, le capitali europee sono rimaste semplicemente spiazzate davanti alla realtà dell’attacco russo.

Convinti che l’idea stessa del conflitto su larga scala fosse da archiviare e che per la risoluzione delle controversie bastassero il dialogo e la diplomazia, i paesi europei hanno realizzato di non avere i mezzi, né tantomeno la volontà politica, per fare qualcosa di concreto che salvasse l’Ucraina – con cui pure avevano flirtato per anni.

Tanto più se le tanto decantate sanzioni sono un’arma a doppio taglio e nell’immediato l’alternativa al gas russo è un ricorso massiccio al carbone e al nucleare. Mentre la ritrosia di alcuni paesi europei (Germania, Italia e Ungheria in testa) ad avallare l’esclusione dei russi dal sistema interbancario Swift ricorda che dietro alle dichiarazioni di facciata gli Stati continuano a muoversi seguendo i propri interessi e per la tutela dei propri bisogni.