Polveriera commissioni permanenti

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Nel grande racconto della politica italiana non poteva certo mancare un passaggio sul caos andato in scena mercoledì per il rinnovo di 28 presidenze delle commissioni parlamentari permanenti. Un appuntamento che si ripete con cadenza ciclica a ogni metà legislatura e che quest’anno è stato anticipato dalle trattative esasperate (eufemismo) condotte fra i partiti dell’eterogenea maggioranza del Conte II. Fino alla catarsi di mercoledì sera: quando tensioni, calcoli e malumori cresciuti per settimane hanno trovato improvviso e soprattutto libero sfogo nel segreto dell’urna. Mandando in frantumi gli accordi faticosamente raggiunti e provocando un pauroso sbandamento nei rapporti fra gli alleati. Con buona pace della compattezza mostrata appena poche ore prima in Aula su temi altrettanto delicati, quali ad esempio lo scostamento di bilancio da 25 miliardi che servirà a finanziare il prossimo decreto ‘agosto’. Salvo innescare anche una “coda politica” di peculiare interesse per il futuro della Legislatura.

Il riferimento è in questo caso al fulmineo riposizionamento sul caso Open Arms di Italia Viva: la scelta di schierarsi contro il leader leghista Matteo Salvini dopo la decisiva astensione di maggio ha di fatto dato il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio dell’ex capo del Viminale. Ora, in attesa di capire se sul calcolo renziano abbia maggiormente inciso l’aver appena incassato tutte e quattro le presidenze concordate con gli alleati (compresa quella fortemente invisa al M5s di Luigi Marattin in commissione Finanze alla Camera) oppure gli sviluppi della bufera giudiziaria lombarda contro la giunta del governatore leghista Fontana, l’episodio non mancherà di infiammare il già tormentato rapporto tra Magistratura e politica. Così come di offrire nuovi argomenti ai teorici “dell’uso politico della giustizia quale arma per liberarsi degli avversari”, in un intreccio di principi che vanno dal garantismo al rispetto dello stato di diritto.

Le polemiche del giorno dopo non riguardano certo soltanto gli equilibri maggioranza-opposizione. Nel M5s, ad esempio, sono finiti sul banco degli imputati i vertici del Movimento (il reggente Crimi e i capigruppo Crippa e Perilli), reputati incapaci di blindare le trattative con gli alleati – che invece hanno fatto il pieno di presidenze – così come di disinnescare i temuti franchi tiratori. Capaci questi ultimi di affossare al Senato sia la nomina del 5S Pietro Lorefice alla guida della commissione Agricoltura che, soprattutto, di mettere ko la presidenza di Piero Grasso (LeU) alla Giustizia, spianando la strada alla riconferma dei due esponenti leghisti Gianpaolo Vallardi e Andrea Ostellari.

Senza contare la clamorosa decisione di trasferire d’imperio dieci membri della commissione Finanze alla Camera che si erano opposti alla presidenza Marattin o la temporanea elezione in commissione Giustizia del renziano Catello Vitiello – l’ex 5S espulso dal Movimento per la sua adesione alla loggia massonica La Sfinge.

Segnali davvero preoccupanti per la tenuta della maggioranza giallorossa in vista di un autunno che si preannuncia bollente, quando è probabile che tutti i nodi rinviati negli ultimi mesi verranno di colpo al pettine. Intanto prosegue la lunga e faticosa marcia di avvicinamento al Mes, mai come in questa fase vero punto nodale per il futuro del Conte II.