Il ritorno della politica “bipolare”

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Effettivamente, come scriveva Christopher Caldwell sul New York Times due giorni fa, la caduta di Draghi non va vissuta come un dramma, perché ha segnato il ritorno a quella democrazia che i governi tecnici avevano obnubilato. E a dirla tutta, in realtà, si era un po’ annebbiata la memoria di quel dinamismo dialettico che stiamo rivivendo grazie a questo refresh democratico. La campagna elettorale è iniziata in medias res e promette di animare un agosto bollente. Il taglio dei parlamentari, da un lato, la legge elettorale, dall’altro, e in più i sondaggi, stanno delineando un chiaro ritorno a quel bipolarismo che dalla comparsa e ascesa dei 5Stelle si era completamente scardinato. Ma, come preconizzavano in molti, alla fine il sogno si è infranto, la metamorfosi da MoVimento a partito si è completata e, complici anche le lacerazioni interne, hanno perduto consenso. Addirittura pochi giorni fa l’Internazionale scriveva “non rimane niente della loro capacità di costituire un terzo polo, di creare entusiasmo tra gli elettori, di scompigliare i giochi della politica italiana. Manderanno una piccola pattuglia di deputati e senatori a Roma, niente di più”.

La contesa elettorale si giocherà tra i due poli, centrodestra e centrosinistra, come ai “vecchi tempi”. Lo scacchiere si sta delineando. Il centrodestra si è unificato e coalizzato sotto l’egida di Giorgia Meloni, che è riuscita a ipotecare la leadership sugli alleati (a cui si sono aggiunti anche i centristi di Toti) in caso di vittoria. Il suo partito è in grande stato di salute, gode di un ampio consenso accumulato in tanti anni di opposizione e soprattutto dal Primo Maggio ha iniziato un rapido processo di trasformazione, cominciando a parlare e ragionare da partito di governo. Perfino le accuse di “filofascismo” adesso sembrano retorica. Meglio colpire ai fianchi, agli anelli più fragili della coalizione: Lega e Forza Italia. Come una bomba a orologeria è arrivata infatti l’inchiesta mediatica, a puntate, sui contatti compromettenti tra il Carroccio e la Russia, prima, e la Cina, poi, per condizionare le sorti e le posizioni del governo Draghi. Tra accuse e smentite, in attesa degli opportuni chiarimenti, il polverone ha fornito un utile assist propagandistico al centrosinistra guidato da Letta, alle prese con la costruzione di un fronte che più che a un “campo largo” sembra somigliare a una sorta di “Lega panellenica” per sconfiggere un pericoloso e minaccioso avversario comune.

Lo spettro della vittoria sta rivelando non solo il ritorno all’equilibrio bipolare. Ma anche un bipolarismo attitudinale dei leader, che nel gioco delle alleanze si stanno mostrando disponibili a ripensamenti che solo pochi mesi fa sarebbero sembrati surreali: Letta e Renzi che tornano a dialogare, così come Calenda che strizza l’occhio al tanto criticato Pd; perfino Conte, tra un passo avanti e due indietro, sta annusando l’ipotesi di entrare nella grande coalizione del centrosinistra. Dall’altro lato i Fratelli d’Italia duri e puri non hanno esitato a imbarcare i centristi nei collegi a loro assegnati, mentre alcuni pilastri di Forza Italia, come Brunetta, Gelmini e Carfagna, dopo anni da alfieri del centrodestra hanno lasciato la corte del Cavaliere e le ultime due sono addirittura passate con Calenda.

Una concentrazione di colpi di scena che sta rendendo particolarmente variopinto e dinamico questo incipit della campagna elettorale. Ma, forse troppo concentrati sui numeri, i partiti stanno dando poco peso alle idee, in questo frangente. I tecnicismi degli ultimi anni, le soluzioni e le risposte ai problemi incombenti hanno abituato gli italiani a un approccio concreto e pragmatico, a cui del resto sembravano essersi piacevolmente abituati. E una dimostrazione è stata data anche dall’ampio consenso che Conte, prima, e Draghi, poi, hanno raccolto durante i loro governi. Le due coalizioni, proclami a parte, non hanno ancora iniziato a parlare di programmi, di proposte per fronteggiare le gravi crisi che avrà di fronte chiunque sarà chiamato al governo del paese, da quella diplomatica a quella alimentare, fino alle sfide dell’inflazione, della riforma tributaria, del Pnrr o del lavoro. L’agenda Draghi, spesso riesumata come se fosse un passe-partout programmatico trasversale, era studiata per un governo tecnico che volutamente non sarebbe entrato in problematiche di incidenza politica. Per questo sarà importante per i partiti adesso lavorare anche ai programmi. Il rischio è di imbattersi in quell’insidioso nemico comune a entrambe le coalizioni che potrebbe far vacillare la presunta granitica affidabilità dei sondaggi: l’astensionismo.

 

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