Le tensioni nel M5s e le ricadute sulla maggioranza

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Dopo settimane di polemiche e di incessante fuoco incrociato, l’irrisolta lotta alla Camera fra le fazioni 5Stelle dimostra il momento di smarrimento che attanaglia il Movimento. L’ennesimo fiasco per l’elezione del capogruppo a Montecitorio rende infatti plastica l’assenza di coesione interna in un partito a forte rischio sfaldamento. Schiacciato dalle sue stesse contraddizioni interne e dai mille compromessi dell’arte di governo, nonché dal tracollo negli indici di gradimento degli elettori.

Con buona pace delle preghiere del capo politico Luigi Di Maio e nonostante il ritiro dell’attuale capogruppo vicario Francesco Silvestri in occasione della votazione di mercoledì, oltre due mesi di tentativi non hanno ancora permesso al M5s di individuare capogruppo e direttivo pentastellati alla Camera. Né l’ex sottosegretario Davide Crippa né lo sfidante Riccardo Ricciardi hanno infatti raggiunto la fatidica soglia del 50% più uno dei deputati per essere eletti, come prescritto invece dall’articolato regolamento interno dei grillini. Il voto ha lasciato dietro di sé anche 17 schede bianche e 15 nulle, un vero guanto di sfida ai richiami all’unità lanciati ripetutamente da Di Maio.

Il capo della Farnesina è finito da tempo nel gorgo della polemica per la sua incapacità di rilanciare i 5Stelle dopo il disastro elettorale alle europee di maggio e per le conseguenze della difficile convivenza al potere con Lega (prima) e Pd (poi). Oggi l’assenza di alternative vere alla leadership dell’ex vicepremier indirizza la rabbia degli scontenti verso la richiesta di una gestione più collegiale del M5s, un’eventualità salutata come un necessario ritorno alle origini ma che spaventa per le sue probabili conseguenze sulle residue capacità decisionali del Movimento. La tensione è palpabile anche nel duro invito rivolto ai riottosi interni da Di Maio affinché abbandonino il campo pentastellato dopo le tante indiscrezioni uscite negli ultimi giorni sul malcontento della truppa parlamentare oppure sul moltiplicarsi dei centri di potere ostili all’asse Di Maio-Casaleggio.

Come pure nella scelta di mobilitare i fedelissimi (Castelli, Patuanelli, D’Uva e Silvestri) per rassicurare la base grillina e soprattutto gli alleati circa l’assenza di attriti o divisioni fatali. Più delle tensioni interne – figlie di dinamiche tutto sommato naturali in un soggetto articolato e multiforme quale appunto il Movimento – quello che fa riflettere è difatti il modo in cui esse potranno impattare sui meccanismi della coalizione che sostiene l’esecutivo. A Palazzo Madama ad esempio il governo si regge su un pugno di voti della maggioranza: dopo l’espulsione della senatrice Fattori, già passata al Misto, e l’abbandono del senatore Grassi, i 5Stelle sono scesi a quota 104 eletti – acuendo in questo modo la dipendenza del Conte II dai voti (ondivaghi) degli ex grillini e soprattutto dei 17 senatori del gruppo Psi-Italia Viva di Renzi.

Che non a caso sono fra i più attivi, assieme alla Lega, nel corteggiamento affatto disinteressato dei 5Stelle indecisi. Al di là delle minacce o dei conti del pallottoliere, sul tavolo restano una serie di nodi insoluti. A partire dalle alleanze alle prossime regionali, con il M5s ancora diviso fra quanti chiedono di correre in Emilia-Romagna e lo stato maggiore che propende per l’ipotesi desistenza.