Con le primarie Dem parte la sfida a Trump

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In settimana sono stati assegnati i primi 30 delegati delle primarie democratiche Usa, il tortuoso processo di selezione destinato a culminare con l’incoronazione dello sfidante di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Si tratta di una corsa lunga e impegnativa: obiettivo di ciascun candidato è raggiungere prima degli altri la fatidica soglia dei 1.990 delegati necessari per vincere la nomination. Il processo si dipanerà nel corso dei prossimi cinque mesi attraverso votazioni nei cinquanta Stati federali, finché il nome del vincitore sarà ufficializzato alla convention nazionale fissata in luglio, a Milwaukee (Wisconsin). Nella maggior parte degli Stati vige il sistema delle primarie propriamente dette, con gli elettori chiamati a esprimere la propria preferenza per uno dei delegati da mandare al Congresso nazionale, i quali dovranno poi rappresentarli nel momento di scegliere il candidato ufficiale del partito.

Diverso il caso dei caucus, dei veri e propri dibattiti organizzati in luoghi predefiniti (scuole, palestre o altri spazi privati e pubblici) in cui i rappresentanti si schierano fisicamente dalla parte del delegato che intendono votare finché non si elegge il numero di delegati decisi dal partito per quel determinato Stato. I caucus democratici cominciano tradizionalmente in Iowa e si ripetono anche in Nevada, North Dakota e Wyoming. Martedì scorso la gara scattata nel 29° Stato federato degli Usa (l’Iowa appunto, considerato utile per cogliere gli umori dell’elettorato) ha dato luogo a una delle consultazioni più travagliate nella storia delle primarie americane.

Fra ritardi nel conteggio, polemiche e accuse di brogli, fino al testa a testa conclusivo tra Pete Buttigieg – giovane, gay, ex militare, attento ai diritti civili e con un programma liberal in economia, e Bernie Sanders – l’outsider settantenne considerato un socialista, schierato troppo a sinistra secondo gli standard dei democratici Usa e fino a pochi anni fa neppure iscritto al partito. Senza contare la clamorosa falsa partenza del candidato dell’establishment moderato Joe Biden, senatore ed ex vicepresidente al tempo di Obama, che se non riuscirà a risalire subito la china potrà anche perdere il sostegno economico, politico, mediatico e relazionale dei big di partito.

I prossimi appuntamenti sono fissati in New Hampshire, Nevada e Carolina del Sud, fino al supermartedì del 3 marzo, quando a votare saranno 15 Stati compresa la strategica California che elegge il maggior numero di delegati. Solo a quel punto sarà possibile emettere un giudizio più o meno definitivo sul segnale arrivato dall’Iowa, con l’avvento a sorpresa di un outsider come Buttigieg e la conferma di un candidato estraneo all’establishment come Sanders.

Si tratterà di capire se anche il campo democratico sta per essere rivoluzionato da uno scenario analogo a quello verificatosi quattro anni fa fra i repubblicani, quando fu Donald Trump a essere percepito come un corpo estraneo dai vertici di partito, costretti poi ad arrendersi davanti all’inarrestabile ascesa del tycoon newyorkese. E mentre il partito democratico è sotto pressione, il presidente è in piena risalita nei sondaggi dopo aver evitato senza subire danni la procedura d’impeachment e forte delle crescita economica degli Usa.