Il patto anglosassone Aukus, lo smacco alla Francia e il contenimento di Pechino

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Sarà l’incontro Biden-Macron di fine ottobre a chiudere formalmente la piccola crisi diplomatica fra la Francia e gli Stati Uniti deflagrata la scorsa settimana a causa dello smacco subito da Parigi sui sottomarini australiani.

Tanto più quando Washington, Londra e Canberra annunciavano la stipula del patto securitario Aukus, finalizzato a contenere l’ascesa cinese in primo luogo sul piano navale, il cui effetto collaterale è di ridimensionare pesantemente l’ambizione francese di recitare una parte da protagonista nell’Indo-Pacifico, magari ergendosi a terzo polo nella contesa fra Stati Uniti e Cina.

La scelta del governo australiano di acquistare sottomarini a propulsione nucleare dalle potenze anglosassoni, annullando la precedente intesa siglata con i francesi (che prevedeva la costruzione di mezzi convenzionali con motori diesel-elettrici), risponde a tre ordini di considerazioni.

In primo luogo di natura operativa. I sommergibili nucleari possono restare in missione molto più a lungo di quelli convenzionali: si calcola che un battello a propulsione diesel-elettrica salpato dalla base australiana di Perth possa operare nel Mar Cinese Meridionale per soli 11 giorni contro gli oltre 70 di un sommergibile nucleare.

In secondo luogo per le difficoltà industriali insite nel patto con la Francia, visto che la volontà australiana di costruire tutto nei propri cantieri scontava l’assenza di un tessuto industriale all’altezza e la mancanza di know how e competenze tecniche adeguate da parte delle maestranze locali. A peggiorare il quadro sono stati l’atteggiamento di sospettosa prudenza tenuto dal costruttore francese Naval Group e le incomprensioni fra partner dovute alle differenze culturali.

Infine vengono le ragioni strategiche, chiaramente le più importanti di tutta la vicenda. Nell’Indo-Pacifico è cambiata radicalmente la natura della minaccia: la Cina attuale non è più quella di cinque anni fa, quando venne concluso il primo accordo. Per questo gli Stati Uniti sono corsi ai ripari, facendo pressione su Canberra per estromettere i francesi dalla commessa e traendo gli australiani nel loro patto securitario anglosassone con i britannici.

Aukus configura dunque la nascita di una nuova alleanza militare volta a contenere Pechino sul fronte marittimo e, al contempo, indirizza un messaggio molto netto agli europei: nell’Indo-Pacifico la presenza degli alleati è bene accetta ma da questo momento in avanti si giocherà esclusivamente seguendo le regole americane.

Irritato dal colpo di scena e dalla fine del lucroso contratto, il governo francese è corso ai ripari rispolverando vecchie categorie del suo antiamericanismo, ordinando il ritiro degli ambasciatori ed evocando perfino l’impossibile conseguimento dell’autonomia strategica nei confronti degli Stati Uniti assieme alla nascita di un vero esercito europeo (leggi francese).

Dopodiché si adoperava per realizzare una scenografica apertura nei confronti dell’India, utile a convincere sé stesso e gli alleati di restare una potenza di peso negli equilibri indo-pacifici nonostante l’umiliazione australiana. Per Parigi, difatti, Delhi è uno dei due attori indispensabili per contare a est di Suez (l’altro era proprio Canberra) e questo spiega i partenariati in campo militare, industriale e securitario siglati negli anni dai due paesi.

Infine è arrivata la telefonata chiarificatrice fra i presidenti di Stati Uniti e Francia, con cui gli americani hanno confermato di essere pronti a compensare il loro importane alleato per la perdita del contratto.

Washington si è ad esempio impegnata a dare maggiore sostegno a Parigi e soci europei (italiani compresi) nella loro campagna militare in corso nel Sahel – ciò di cui i francesi avevano più bisogno visto che in Africa occidentale e sahariana devono confrontarsi, oltre che con i locali jihadisti, anche con le ingerenze turche e da ultimo russe.

Un’altra forma di compensazione alla Francia potrebbe essere l’ottenimento di una cospicua commessa militare con l’India – affamata di tecnologia occidentale specialmente adesso che deve riarmarsi per affrontare la Cina sull’Himalaya e nell’Oceano Indiano.

Biden ha persino appoggiato il progetto francese di creare una Difesa europea, purché complementare alla Nato e disposta a garantire gli interessi della superpotenza fra Atlantico e Mediterraneo mentre questa è impegnata a contenere la Cina.

In questo senso c’è da credere che Parigi userà i programmi militari dell’Ue non per costituire l’esercito che nessuno vuole realmente, bensì per assumere una qualche forma di maggiore responsabilità militare per conto degli americani. Potrebbe essere un’opportunità d’oro anche per l’Italia, a patto di saperla cogliere.