Incontri, attese, speranze. Gli intrecci della politica da Est a Ovest

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Le conseguenze del conflitto russo-ucraino, non solo economiche ma anche sociali e umanitarie, hanno fatto da sfondo alla settimana politica italiana. A partire dall’agenda del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, segnata da due incontri molto importanti nei giorni scorsi: quello con la Presidente georgiana Salomè Zourabichvili e quello con la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, entrambe in visita a Roma. Mattarella, coerentemente con la posizione del Governo, sta sostenendo l’allargamento a Est dell’Unione europea, dimostrando un orientamento geopolitico conservativo e intransigente a tutela degli interessi europei nei rapporti con la Russia. Ma la priorità resta la pace in questo momento: non a caso alla Von der Leyen, durante il loro breve incontro, ha chiesto di affrontare la crisi ucraina «con lo stesso approccio dimostrato di fronte al Covid».

La crisi alimentare, del resto, continua a tenere alta la preoccupazione occidentale, soprattutto alla luce del fallimento della mediazione turca. A tal proposito, la Farnesina ha ospitato mercoledì il primo Dialogo ministeriale Mediterraneo sulla crisi alimentare a cui hanno partecipato il Direttore Generale della FAO, Qu Dongyu, i 24 paesi dell’area e i rappresentanti di sette organizzazioni internazionali interessate. Su questo tema, si è esposto ancora una volta anche il Presidente del Consiglio Mario Draghi, aprendo la riunione ministeriale dell’Ocse a Parigi quest’anno presieduta dall’Italia: «Lo sforzo per evitare la crisi alimentare deve iniziare dallo sblocco dei porti e delle migliaia di cereali che sono lì» ha affermato Draghi, sottolineando come il blocco del grano stia facendo aumentare i prezzi causando una catastrofe a livello mondiale.
In questo contesto non sono state indubbiamente d’aiuto le parole del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, ex Presidente della Federazione russa, Dmitri Medvedev che ha scritto su Telegram di «odiare chi è contro la Russia», sollevando quantomeno il sospetto di far riferimento all’Occidente, e di volerli far “sparire”. Parole «Gravissime e pericolose, che ci preoccupano fortemente», ha commentato il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio. Quasi in contemporanea il Segretario generale del ministero degli Esteri, Ettore Francesco Sequi, ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov in merito alla sue dichiarazioni sulla amoralità di alcuni rappresentanti delle istituzioni e dei media italiani. Eventi che hanno contribuito a tenere alta la tensione internazionale e nazionale, rendendo più nervoso il clima di sfondo nel processo di costruzione di una risoluzione pacifica del conflitto. Una risoluzione che appare ancora lontana, come è sembrato dal fallimento dell’incontro di Ankara, tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo omologo turco Mavlut Cavusolgu. Sul tavolo c’erano la questione dei porti, lo sminamento, il blocco del grano e le sanzioni a Mosca. Ma stando alla reazione su Twitter del portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Nikolenko, secondo cui «Le parole di Lavrov sono vuote», l’intesa sembra ancora un miraggio.
La guerra continua a condizionare anche l’agenda politica nazionale con l’avvicinarsi del 21 giugno. La data è da qualche tempo cerchiata in rosso sul calendario del governo e delle varie forze politiche, generando una certa agitazione nel panorama italiano. Il 21 giugno Draghi tornerà in Parlamento a riferire sull’andamento della guerra e sull’impegno del governo nel conflitto russo-ucraino, in vista del Consiglio europeo che si terrà due giorni dopo. In quest’occasione, i parlamentari saranno chiamati a esprimersi con una votazione che rischia di diventare una sorta di referendum parlamentare sulla questione delle armi all’Ucraina. Il M5s e la Lega hanno a più riprese reso noto, con modalità differenti ma altrettanto esplicite, la loro ferma opposizione all’invio di armi a Kiev, facendo ormai del “no al riarmo” una loro bandiera politica. Nonostante il leader del Movimento, Giuseppe Conte, abbia sottolineato di non voler far cadere il governo, non sembra voler cedere di un passo sulla questione. La possibilità che quel giorno i partiti possano spaccarsi su un focus così delicato non lascia certo indifferenti: che si immagini una resa dei conti, un passaggio chiave o un test per la maggioranza, in ogni caso questa sarà l’ennesima “prova di resistenza” per il governo Draghi.

Per il momento, però, gli occhi restano puntati sull’appuntamento elettorale più imminente, quello di questo weekend con le amministrative e i referendum. Un’antica tradizione politica, che risale alla notte dei tempi (cioè alla Prima Repubblica) vuole che le elezioni, anche le più piccole, nel più remoto dei comuni, assumano valore e caratura nazionale. Uno scostamento di pochi punti percentuali, un capoluogo di provincia perso o riconquistato ed ecco che tremano rodati leader di partito, traballano governi dalle larghe maggioranze, vengono rimesse in discussione antiche coalizioni che, nonostante tutto, reggevano da molti anni. Lunedì mattina, almeno su questo fronte, le idee potrebbero cominciare a essere un po’ più chiare.

 

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