I ritornelli della politica e la realtà dei fatti

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L’irruzione di Ankara nel conflitto civile libico ha chiarito tutta l’insussistenza di uno dei ritornelli più abusati dalla politica italiana negli ultimi anni, a prescindere da chi sedesse a Palazzo Chigi o dal colore dell’associata coalizione di governo: “Non esiste soluzione militare alla guerra in Libia”.

Il clamoroso rovesciamento dei rapporti di forza osservato in questi mesi, la rottura dell’assedio di Tripoli e la controffensiva delle truppe di al-Serraj fino alle porte di Sirte e della mezzaluna petrolifera libica – frutti più che tangibili dell’intervento armato turco – dimostrano semmai che non può esistere alcuna soluzione politica a un conflitto senza l’impegno militare sul campo, diretto o indiretto che sia. Inoltre, il fatto che ciò avvenga a fronte di un dibattito pubblico nazionale completamente avvitato sulle conseguenze socioeconomiche della pandemia o meglio ancora sull’opportunità politica di convocare a Roma l’ennesimo conclave di esperti ci dovrebbe far riflettere sulle nostre (residue?) capacità di leggere gli eventi del mondo che ci circonda. A maggior ragione se parliamo di sviluppi che avvengono sull’uscio di casa e nel bel mezzo di una regione che ci vedeva un tempo protagonisti, stanti una geografia favorevole e rilevanti interessi securitari, economici ed energetici da difendere.

La conseguenza è che domani saranno i nuovi padroni turchi, russi e arabi a decidere il futuro della fu quarta sponda, con buona pace della “cabina di regia” che ci è stata più volte affidata dai nostri patroni americani e senza che in tutti questi anni fossimo mai davvero in grado di elaborare una strategia a 360° degna di questo nome, integrando fra loro economia, intelligence e forza militare per conseguire la stabilizzazione della Libia.

È notizia di questi giorni l’avvio del grande appalto turco sul paese nordafricano, con possibile concessione di basi aeree e navali affacciate sul Mediterraneo e progetti lucrosi di ricostruzione che spaziano dal business dell’estrazione del greggio all’edilizia, o alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali. Il tutto con buona pace del ministro italiano Di Maio, il cui incontro ad Ankara con l’omologo Çavuşoğlu è stato posticipato all’ultimo momento proprio per consentire alla delegazione turca di compiere il proprio blitz tripolino.

Difficile non cogliere le implicazioni simboliche del rinvio. Per l’Italia tanti problemi nascono dalla gravissima introversione esibita dalla nostra classe dirigente, ormai completamente disabituata a ragionare in termini strategici, ostaggio di un economicismo a tratti imbarazzante e avvezza a brandire i dossier più disparati per regolare i rapporti di forza interni. Lo dimostrano gli sviluppi della possibile vendita all’Egitto di una coppia di avanzate navi da guerra di Fincantieri, vicenda ostaggio di un dibattito autolesionista, ideologizzato e condito dall’ingenuità di chi nella maggioranza si illude di poter sfruttare l’affare per forzare l’incriminazione e l’estradizione in Italia dei cinque agenti dei servizi segreti egiziani coinvolti nel caso Regeni. Anche in questo caso il rischio di far saltare l’affare è massimo, con sommo ludibrio di Francia e Germania che sono pronte a subentrare all’Italia nella vendita multimiliardaria di moderni sistemi d’arma al Cairo. Del resto, la stessa “esaltazione” dell’Egitto come nuovo partner tricolore andrebbe valutata più attentamente, complice l’atteggiamento del Cairo in Libia ove sostiene il nostro avversario Haftar.