M5s e Pd alla prova degli elettori in Umbria

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L’appuntamento elettorale umbro di domenica 27 novembre sarà il primo vero test sull’alleanza di governo fra M5s e Partito democratico. La regione è andata al voto anticipato dopo le dimissioni della presidente Catiuscia Marini di maggio 2019. L’ex governatrice Pd è risultata infatti indagata assieme ad altri esponenti della sua stessa giunta regionale per presunti illeciti nelle assunzioni in ambito sanitario. L’Umbria è stata a lungo una delle c.d. “regioni rosse” d’Italia, autentici feudi della sinistra nonché territori storicamente inviolabili per tutti gli altri partiti.

Presidenti di centrosinistra ne hanno tenuto le redini sin dal 1970, benché mai come in questa tornata le forze di opposizione abbiano davanti a sé la possibilità di far finalmente proprio il piccolo feudo appenninico. A tal proposito i sondaggi della vigilia indicano come favorita la senatrice leghista Donatella Tesei, avvocato e già sindaco di Montefalco, che per l’occasione è sostenuta dai tre partiti del centrodestra (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) e dalle liste Tesei Presidente e Umbria Civica. Suo principale sfidante sarà l’imprenditore nursino Vincenzo Bianconi, presidente di Federalberghi Umbria, privo di precedenti esperienze politiche e alla testa di un raggruppamento comprendente M5s, Pd, Europa Verde, Sinistra Civica Verde e Bianconi per l’Umbria.

Italia Viva di Matteo Renzi non sarà presente sulle schede elettorali e per tale motivo non sarà possibile valutarne l’effettivo peso elettorale. Se nelle ultime cinque elezioni regionali il partito principale dell’area di centrosinistra (Pds, Ulivo e Pd) era sempre riuscito a svettare oltre la soglia del 30% dei consensi, i trend elettorali osservati dalle europee del 2014 raccontano di un vantaggio andato erodendosi in maniera quasi inesorabile. Fino a culminare nelle politiche del 2018, quando il centrosinistra ha perso definitivamente lo scettro di prima forza regionale umbra e il centrodestra riusciva a conquistare oltre il 50% delle preferenze. Soprattutto per merito della Lega di Matteo Salvini, capace di balzare dal 2,5 del 2014 al 20,2% delle ultime politiche e adesso persino in odore di ergersi fino al 38% dei consensi.

La forza attrattiva espressa in questo biennio dal partito dell’ex ministro dell’Interno è stata incontestabile, consentendo al centrodestra di avanzare in praticamente tutte le regioni già governate dalla sinistra. Fatta eccezione per il Lazio, nel 2018 lo schieramento si è confermato in Lombardia prima di espugnare in successione Molise, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e provincia autonoma di Trento. La stessa dinamica si è riproposta nell’anno corrente, con i successi in Abruzzo, Sardegna, Basilicata e da ultimo Piemonte.

Naturalmente il voto umbro fornirà indicazioni importanti anche sull’inedita alleanza M5s-Pd, un fatto fino a pochi mesi fa semplicemente impensabile stante la distanza politico-ideologica che persiste fra gli ex avversari. Si tratterà di capire se il patto a sostegno di Bianconi costituisca un mero espediente tattico, per arginare la “valanga sovranista” in nome della responsabilità progressista, oppure il primo abbozzo di un vero progetto strategico di più lunga durata, capace di sopravvivere indenne ai micidiali strappi della politica italiana.