Roma e Torino al ballottaggio: sarà cappotto?

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L’eco mediatico degli scontri dello scorso fine settimana – con annesse polemiche politiche sull’uso del green pass – era quasi riuscito a prendere il sopravvento sui ballottaggi di domenica 17 e lunedì 18 ottobre. Il secondo turno delle amministrative riguarda 65 comuni italiani, tra cui svettano ovviamente le città di Roma e Torino.

Dopo le vittorie a Milano, Napoli e Bologna, il centrosinistra ha l’occasione di fare cappotto sul centrodestra, apparso fin qui molto poco competitivo nei grandi centri urbani della penisola. Emblematiche le dichiarazioni della vigilia da parte dei leader: se il segretario del Pd Enrico Letta parla apertamente di possibile “trionfo”, il leader della Lega Matteo Salvini dice di ritenersi soddisfatto “se tanta gente andrà a votare”.

Nella capitale Roberto Gualtieri ed Enrico Michetti hanno chiuso venerdì le loro campagne elettorali con due comizi rispettivamente a Campo de’ Fiori e a Piazza del Popolo. La sfida per il Campidoglio sarà decisa dalle loro capacità di coagulare su di sé il voto degli elettori di Calenda e Raggi, che al primo turno hanno raccolto complessivamente quasi il 40% delle preferenze.

Sulla carta il grande favorito è Gualtieri, complici gli endorsement ricevuti da Calenda e Conte. Resta il fatto che nel segreto dell’urna l’orientamento dell’elettorato M5s potrebbe rivelarsi molto meno granitico di quanto lascerebbe intendere l’indicazione di voto del suo capo politico.

Su questa eventualità c’entra naturalmente la presa di posizione del sindaco uscente Raggi, che ha confermato di volersi sedere nei banchi dell’opposizione anche con una vittoria di Gualtieri, come pure il malumore serpeggiante in una parte consistente del Movimento nei confronti di un’alleanza strutturale con il Pd che continua a non convincere.

Un’altra variabile da monitorare con cura sarà l’atteggiamento delle sterminate aree periferiche della Capitale. Alle scorse comunali i quartieri esterni votarono massicciamente per il M5s, mentre stavolta al primo turno hanno disertato in massa le urne per marcare la loro disaffezione da una classe politica reputata incapace di rappresentarne le istanze e di ascoltarne i bisogni.

Oltre che di reazione alla cattiva politica, è un tema che si lega direttamente alle capacità del Campidoglio di governare concretamente una città dell’estensione di Roma – cresciuta a dismisura nel corso dei decenni (il suo territorio comunale è pari alla Greater London, ma con un terzo degli abitanti) senza che a ciò corrispondesse un efficientamento della sua gestione amministrativa o una soluzione ai suoi annosi problemi strutturali.

La seconda grande città al ballottaggio è Torino, dove a sfidarsi sono i candidati del centrosinistra Stefano Lo Russo (43,69% dei consensi) e del centrodestra Paolo Damilano (38,87%). L’esito del primo turno ha liquidato in maniera piuttosto netta la stagione del M5s, con la candidata Valentina Sganga incapace di andare oltre il 9,19% delle preferenze e di raccogliere l’eredità del sindaco uscente Chiara Appendino.

Il fatto che una metà abbondante dell’elettorato abbia disertato le urne è lo specchio di una metropoli depressa, che si percepisce in declino dopo il tramonto del modello fabbrica su cui aveva costruito le sue fortune novecentesche e che oggi fatica terribilmente a elaborare una strategia di ripartenza davvero compiuta.

Giunti alla vigilia del ballottaggio, entrambi i candidati dichiarano che riusciranno a portare al secondo turno almeno una parte degli astenuti al primo e, proprio come nella Capitale, si contendono il voto dei Cinquestelle.

Secondo gli scettici il fatto che il tema del rilancio del capoluogo piemontese abbia trovato così poco spazio durante la campagna elettorale è il segno più evidente delle persistenti difficoltà della sua classe dirigente a elaborare una visione credibile della metropoli del futuro. Di certo non un buon auspicio per una città che non ha mai votato sulle cose fatte, ma sempre su quelle da fare.