Il richiamo di Pompeo sulla Cina e le ambiguità dell’Italia

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La tappa italiana è stata sicuramente la più importante del tour euromediterraneo del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che in questi giorni ha toccato in rapida successione Grecia, Croazia, Vaticano e appunto Italia.

Il nostro paese è finito da tempo al centro della competizione fra i due pesi massimi mondiali per l’egemonia sul Vecchio Continente e la regione mediterranea. Se Pechino ha individuato nell’Italia il ventre molle attraverso cui scardinare Unione Europea e Nato, negli ultimi mesi Washington la lanciato la sua controffensiva per difendere la primazia continentale a stelle e strisce e preservare l’ordine costituito.

Impossibile dimenticare o sottovalutare il senso della scenografica calata in Italia del presidente-imperatore Xi nel marzo 2019, con annessa firma del memorandum di intesa sulla Via della seta siglato dal governo Conte I con i suoi dirimpettai asiatici. Un vero e proprio tributo politico alla potenza cinese, ben più del semplice accordo commerciale che venne raccontato al pubblico italiano. Non era mai accaduto prima che un paese fondatore del progetto comunitario e dell’Alleanza Atlantica si lasciasse sedurre a tal punto dalle sirene cinesi, complici naturalmente una certa disabitudine a pensare il mondo in termini strategici e l’inclinazione a cercare soltanto all’estero le soluzioni ai propri innumerevoli problemi, oltre che a leggere le vicende del nostro tempo attraverso le lenti rotte dell’economicismo.

In pratica il capo della diplomazia Usa ha richiamato all’ordine il suo ricalcitrante alleato, mettendolo in guardia contro il ruolo delle aziende della Repubblica Popolare nella costruzione della rete di nuova generazione o nella gestione dei principali scali marittimi della penisola. Progetti affatto isolati, che puntano invece a legittimare un nuovo ordine geopolitico e la contro-globalizzazione con caratteristiche cinesi.

Se la diffusione della tecnologia 5G di Pechino è additata come un cavallo di Troia in grado di carpire dati sensibili e intaccare la sicurezza nazionale, l’interesse del Dragone per i porti italiani si spiega con l’impellente necessità di trovare sbocchi al proprio surplus commerciale e di raggiungere il cuore del continente europeo, che resta il mercato più florido e ambito del pianeta.

L’adozione da parte italiana di una rigorosa normativa dedicata al Golden Power e il fallimento dei tentativi di acquistare o investire in infrastrutture strategiche nei porti di Genova e Trieste dicono che per il momento la superpotenza è riuscita a rintuzzare le iniziative cinesi su porti e telecomunicazioni in Italia. Più sfumato invece il discorso politico interno, complice una certa difficoltà di relazioni tra la classe dirigente grillina e la Casa Bianca che va avanti sin dall’inizio della legislatura e le difficoltà del premier Conte e del ministro Di Maio a coniugare le richieste americane con la naturale propensione del M5s a considerare la Cina come un punto di riferimento credibile nell’arena globale. Trattasi di una contraddizione che al netto delle tante rassicurazioni all’alleato d’oltreoceano non è stata ancora sciolta e che, come sembra, non si risolverà mai del tutto.

Sul tema colpisce anche la posizione del Pd, il partito più europeista e vicino a Francia e Germania dell’intero spettro politico italiano, che al netto di rare eccezioni fatica a elaborare una visione compiuta delle relazioni Italia-Cina.