Gli Stati generali dell’economia

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Si aprono domani nella scenografica cornice di villa Pamphili gli Stati generali dell’economia, pomposa titolatura che sta ad indicare il ciclo di incontri spalmato su dieci giornate romane fra rappresentanti del governo, delle parti sociali e alcune “menti brillanti” (Conte dixit) deputato a mettere nero su bianco il programma economico tramite cui cercare di ripartire dopo la crisi causata dal coronavirus.

Sarebbe forse più saggio parlare apertamente di ricostruzione, visto il danno socioeconomico subito dal paese negli ultimi mesi e il peso micidiale delle più recenti previsioni Istat, con annunciato tracollo del pil nel 2020 (-8,3%) e parziale ripresa nel 2021 (+4,6%). Molto più prosaicamente, in ballo c’è da ragionare su come spendere in maniera credibile e soprattutto efficace la gran messe finanziaria stanziata a livello europeo dal c.d. Recovery Fund, cui è probabile finiranno per aggiungersi anche i miliardi inseriti nel discusso Fondo salva-Stati stante il disperato bisogno di risorse che attanaglia il nostro paese.

Alla kermesse parteciperanno le autorità delle istituzioni Ue, della Bce e dell’Ocse, tanto che l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria ha commentato che l’appuntamento si svolgerà al cospetto della Troika, l’infausto terzetto di controllo informale sui conti pubblici nazionali balzato agli onori della cronaca durante la controversa gestione del “salvataggio” della Grecia al tempo della crisi del debito sovrano (2010-11).

Nel complesso il modo della politica italiana ha reagito tiepidamente all’idea degli Stati generali, eccezion fatta per il premier Conte e per i suoi fedelissimi. Segno più che lampante del rischio che l’evento si trasformi in una pleonastica passerella a uso e consumo del primo ministro, chiamato infatti a presiedere di volta in volta le conferenze stampa conclusive di ogni ciclo di incontri, destinati a svolgersi a porte chiuse. Come pure di prestare il fianco alle critiche degli esclusi, come i partiti di opposizione che diserteranno l’evento e i tanti scettici che faticano a individuare un nesso logico fra l’interminabile falange di task force e tavoli di crisi istituiti all’epoca del lockdown e la subitanea necessità di affidare le sorti del paese al giudizio dell’ennesimo pensatoio di ottimati.

Se è vero che i problemi dell’Italia e le relative soluzioni sono cose ampiamente note, condivise e sviscerate da tempo, l’impressione diffusa è che la convocazione degli Stati generali non sia che l’ennesimo espediente per rimandare il momento fatidico della decisione, vero e proprio incubo che attanaglia da tempo immemore la nostra intera classe dirigente – a prescindere dal partito o dallo schieramento di appartenenza. E che spesso si traduce nel mesto tentativo di soddisfare opinioni e interessi di chiunque, pur di non scontentare nessuno e con buona pace dell’annesso e prevedibile sperpero delle scarse risorse pubbliche disponibili.

L’obiettivo di Conte è di arrivare all’appuntamento del Consiglio europeo del 18 giugno con un elenco di proposte italiane, concordate con tutte le parti in causa dopo la difficile stagione di confronto della fase 1 e 2 dell’emergenza Covid-19. Con il desiderio non dichiarato di trasformare la concertazione di villa Pamphili in fonte di rinnovato consenso economico e sociale verso l’esecutivo, tramite cui mettere al sicuro i prossimi mesi di governo e addomesticare i dissensi interni alla maggioranza politica che lo sostiene fra mille difficoltà in Parlamento. Buona fortuna.