In Confindustria comincia l’era-Bonomi

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In settimana Carlo Bonomi si è insidiato ufficialmente al vertice della Confindustria, annunciando l’assemblea pubblica per settembre in cui sarà presentato il piano per l’Italia al 2030 e al 2050.

Ai tempi del primo governo Conte, l’allora presidente di Assolombarda ebbe a ritagliarsi un ruolo di duro oppositore delle politiche di spesa concepite fra mille polemiche da grillini (decreto dignità, reddito di cittadinanza) e leghisti (quota 100). L’atteggiamento di sfida di Bonomi è proseguito in maniera più sfumata anche dopo, quando la crisi della scorsa estate ha decretato lo spostamento a sinistra del baricentro dell’esecutivo e l’allontanamento dal potere di Salvini.

L’elezione di mercoledì 20 maggio è stata descritta come un vero e proprio voto bulgaro: Bonomi ha raccolto 818 voti a favore, nessuno contrario e soltanto un’astensione. Il neopresidente di Viale dell’Astronomia ha avuto la meglio nella lotta di potere interna al mondo degli industriali italiani forte del ruolo apicale detenuto in seno ad Assolombarda nel momento di massimo rilancio economico e culturale vissuto da Milano nell’ultimo decennio, che ha impedito agli altri candidati di costruire modelli alternativi altrettanto credibili di quello meneghino.

Questo modello è stato colpito al cuore dall’onda d’urto del coronavirus, un evento imprevisto che costringerà Bonomi a ricalibrare la sua narrazione dalla retorica della rottamazione a quella della ricostruzione. Spetterà a lui il compito di dar voce agli industriali al tempo della peggiore crisi economica dalla fine della seconda guerra mondiale, oltre che di massimo sbandamento dei partiti italiani.

Da questo punto di vista il plebiscito elettorale di mercoledì denota l’evidente compattamento della Confindustria attorno a un leader energico le cui prime uscite pubbliche hanno denotato un radicale cambio di passo rispetto alla precedente e paludata gestione-Boccia.

In ballo c’è da rimettere al centro del discorso il tema della politica industriale italiana, sconfiggendo il sentimento antindustriale o della decrescita felice che permane ampi settori della classe dirigente nazionale e dell’opinione pubblica. Senza doversi per questo legare a un referente partitico, ma al contrario scommettendo proprio sull’attuale momento di fragilità istituzionale che caratterizza il Paese per rilanciare il ruolo della Confindustria. Tanto più quando c’è da giocare l’enorme partita per la distribuzione delle risorse per la ricostruzione post-Covid. Prova ne sia il successo immediato ottenuto in occasione del decreto Rilancio, con la conquista dell’abolizione dell’Irap – sia pure solo per un anno e per un numero limitato di aziende.

Bonomi ha tenuto per sé le deleghe più importanti su Politiche industriali ed Europa e anche quella sul Centro studi, mentre verrà affiancato da una squadra di fedelissimi tra cui spiccano Luigi Gubitosi, ad di Telecom, e Maurizio Stirpe, già Confindustria Lazio e ben inserito nella Lega calcio, con delega al Lavoro e alle Relazioni industriali.

L’attivismo politico di Bonomi è emerso naturalmente in occasione del discorso agli associati di questa settimana: la politica abbandoni la tentazione dello Stato-padrone, che stabilisce le regole del gioco e si fa esso stesso giocatore. Sì invece a massicci investimenti pubblici e privati perché l’Italia possa ripartire, a cominciare da: innovazione e ricerca, capitale umano, sostenibilità ambientale e sociale delle imprese tricolore.