La riforma della giustizia del governo Draghi

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Giovedì sera il Consiglio dei ministri (Cdm) ha approvato all’unanimità la riforma della giustizia proposta dalla Guardasigilli Marta Cartabia.

Risultato affatto scontato per uno dei temi tradizionalmente più divisivi della politica italiana, capace di mandare in crisi coalizioni all’apparenza granitiche come di innescare feroci guerre di religione. Presto la tenuta della maggioranza verrà comunque messa alla prova dai passaggi alla Camera e al Senato, con le annesse alchimie parlamentari.

L’intervento sulla giustizia è una delle riforme più importanti tra quelle chieste al nostro paese dalle autorità europee per godere dei fondi del Recovery Fund e ristabilire la credibilità internazionale dell’Italia. L’accordo raggiunto in sede di governo dalle forze di maggioranza (non senza tensioni) riflette in maniera lampante questa esigenza semplice ma essenziale.

Soprattutto il M5s è stato preda fino all’ultimo di profonde convulsioni interne dovute all’ostilità nei confronti di una riforma che mette nel mirino la legge “Spazzacorrotti” di Alfonso Bonafede, l’intervento-bandiera dell’ex ministro della Giustizia del M5s celebrato dal popolo grillino che ha eliminato la prescrizione dopo le sentenze di primo grado.

Di qui la minacciata astensione in Cdm pur di non dover prendere posizione sul testo, fino al richiamo al senso di responsabilità arrivato dal primo ministro: per Draghi l’astensione del Movimento sarebbe stata politicamente più grave persino di un rinvio. La nuova riforma introduce tempi fissi oltre i quali scatta l’improcedibilità, ovvero oltre i quali il processo non potrà più proseguire (con delle eccezioni, fra cui i reati per mafia, terrorismo e sequestro).

Sul piano politico il sofferto via libera del M5s è naturalmente anche una conseguenza della crisi di leadership che si trascina ormai da settimane e del fatto che il partito è troppo diviso al suo interno per poter pensare di influenzare la traiettoria dell’esecutivo. A breve le divisioni potrebbero persino ampliarsi nel caso in cui la riforma dovesse trasformarsi nel detonatore capace di spingere l’uscita di Giuseppe Conte dal Movimento.

L’ex capo del governo è stato fra i primi, assieme a Bonafede e ad Alessandro Di Battista, a criticare l’impianto della riforma uscito dal Cdm per intestarsi il malcontento che serpeggia nel partito. Logorato dalla battaglia di posizione con Beppe Grillo quando già si immaginava in grado di studiare le alleanze elettorali in vista del voto autunnale o addirittura di intervenire sull’agenda di Draghi, Conte potrebbe presto prendere atto dell’impossibilità di rimettere assieme i pezzi del Movimento e convincersi invece della necessità di studiare una nuova offerta politica. Per questo dà voce al suo dissenso, nel tentativo malcelato di chiamare a raccolta fedelissimi e indecisi dentro e fuori il Parlamento.

Tanto più quando in vista del voto per l’elezione del prossimo capo dello Stato, Matteo Renzi ha detto senza mezzi termini che sarà necessario cercare l’accordo con i partiti di centrodestra per scegliere il successore di Sergio Mattarella. La dichiarazione del capo di Italia Viva è dettata dal peso numerico in Parlamento di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, ma più di ogni altra cosa rappresenta una picconata all’idea contiana di trasformare l’alleanza M5s-Pd nel centro propulsore della politica italiana a scapito degli altri partiti.

Infine una riflessione su Draghi, il cui ruolo nella vicenda è solo apparentemente marginale. La velocità con cui il capo del governo ha gestito e fatto rientrare il dissenso pentastellato in Cdm è l’ennesima dimostrazione del fatto che il primo ministro ha ormai completamente imposto la sua agenda ai partiti, costringendoli a seguire la via tracciata da Palazzo Chigi anche quando costretti a compiere dolorose deviazioni rispetto al loro recente passato. La presenza di un capo del governo che fa il suo mestiere con pragmatismo e rigore è un fatto evidentemente troppo trasgressivo per gli standard a cui ci ha abituati la politica italiana.

Questa semplice ma cruciale verità spiega infine perché, ormai da qualche settimana, gli attori della politica si stiano sfidando con vigore quasi assoluto sui contenuti del ddl Zan. Incapaci d’incidere sui dossier destinati a indirizzare la traiettoria del paese nei mesi e negli anni a venire, ai partiti non resta infatti che darsi battaglia su temi squisitamente identitari: per connotarsi agli occhi degli elettori e rivendicare il proprio collocamento nell’agone politico.