Da Mosca a Berlino, si cerca la pace in Libia

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Dopo il sostanziale fallimento dei colloqui preliminari a Mosca tra il premier tripolino Fayez al-Sarraj e il suo avversario cirenaico Khalifa Haftar, i riflettori della comunità internazionale sono rivolti alla conferenza di Berlino in programma per domenica. La Libia non esiste più dal 2011: scomparso lo Stato centrale con la caduta del regime di Gheddafi e lo scoppio della susseguente guerra civile, oggigiorno quel territorio grande sei volte l’Italia e con un decimo della nostra popolazione è conteso fra centinaia di milizie, più o meno afferenti a sponsor di peso stranieri (Russia, Turchia, Francia e potenze del Golfo in testa).

Al conflitto l’Italia non partecipa direttamente, ma rischia di esserne la prima vittima. Prova ne sia la frenetica attività diplomatica imbastita di recente, dopo il colpevole e prolungato attendismo dell’ultimo periodo e l’apparente noncuranza per le implicazioni a lungo raggio del disastroso intervento occidentale di nove anni fa. E mentre sulla quarta sponda dilagano i focolai bellici, a Roma si discetta di una possibile missione di pace onusiana a forte partecipazione tricolore. Per recuperare influenza dopo aver sposato la causa del più debole (il premier al-Serraj) e aver fatto poco o nulla per sostenerlo, oltre che per tentare di mitigare il tragico lascito del conflitto che ha trasformato la Libia in uno spazio incontrollato di minacce permanenti.

Ma la notizia della settimana è un’altra. Il generale Haftar ha infatti accettato di partecipare alla conferenza di domenica e di sospendere l’offensiva su Tripoli dopo essersi rifiutato di firmare l’accordo sul cessate il fuoco negoziato a Mosca una settimana fa. La mossa apparentemente conciliante di colui che viene dipinto come l’uomo forte della Cirenaica è in larga parte conseguenza del dispiegamento da parte della Turchia dei propri sistemi d’arma e uomini nella città che fu la capitale dell’ex paese nordafricano. A dimostrazione di come i consessi internazionali quali Berlino servano alle grandi e medie potenze in primo luogo per consolidare al tavolo negoziale i guadagni ottenuti sul campo. Questo lo spirito con cui gli attori più influenti in Nord Africa (Turchia, Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti) si avvicinano alla conferenza di pace. Con buona pace di Atene, direttamente coinvolta nella crisi dall’accordo Ankara-Tripoli sulla divisione delle piattaforme continentali marittime e logicamente furiosa per essere stata esclusa dai tedeschi su pressioni di Erdogan.

Oppure delle rimostranze del governo tripolino per il fatto che il proprio principale finanziatore estero – il Qatar degli al-Thani – sia stato tenuto fuori per volere di Abu Dhabi. E anche se l’assenza del presidente Trump a Berlino conferma lo strategico disinteresse di Washington verso il paese nordafricano, il fatto che Haftar sia atterrato direttamente ad Amman, nella Giordania assai vicina agli americani, per colloqui con emissari americani ed emiratini subito dopo aver lasciato Mosca è il segno inequivocabile che gli Usa restano un attore in grado di influire profondamente sulle dinamiche regionali. Il caos sulla quarta sponda fa difatti il gioco di chi si adopera per impedire l’emergere di una potenza concorrente. Salvo prendere in contropiede gli europei, italiani in testa.