Il referendum scopre distanze e contraddizioni nei partiti

Voiced by Amazon Polly

L’election day di domenica 20 e lunedì 21 settembre costituisce il prossimo grande spartiacque della XVIII Legislatura. Non tanto in quanto appuntamento suscettibile di provocare la caduta del Conte II, giunto proprio in queste ore a festeggiare il suo sorprendente primo compleanno di età dopo il ribaltone della scorsa estate e nonostante l’attacco pandemico degli ultimi mesi. È lecito infatti supporre che quand’anche le urne dovessero confermare uno schiacciante successo del centrodestra alle regionali oppure un’improbabile bocciatura del quesito referendario, la reazione naturale di governo e maggioranza sarà quella di serrare ulteriormente i propri ranghi sfilacciati – consci di avere tutto da perdere da un ritorno anticipato alle urne o da un rimescolamento degli schieramenti in Parlamento.

Vista da Palazzo Chigi una debacle elettorale di una o entrambe le principali forze di maggioranza potrebbe semmai costituire l’occasione propizia per giustificare al Paese un parziale rimpasto della squadra di governo, un’eventualità soppesata da tempo complici le tante polemiche di questi mesi su modalità e tempistiche della ripartenza post-Covid.

Ma il voto sarà importante soprattutto perché rappresenta un’ottima cartina al tornasole del momento in cui si dibattono i protagonisti della politica italiana, fra evidenti distanze interalleate e contraddizioni più o meno manifeste. Molto (ma non tutto) ruota attorno al referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta della quarta consultazione del suo tipo nella storia repubblicana, dopo quelle del 2001 sulla riforma del Titolo V (governo Berlusconi II, approvata), del 2006 sulla riforma della Parte II (governo Prodi II, respinta) e del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi (governo Renzi, respinta).

Quello dei prossimi 20 e 21 settembre è un referendum che nasce nell’ambito di una maggioranza che non esiste più, oltre che naturalmente paradigmatico della battaglia ideologica portata avanti in questi anni dal M5s contro la “casta” e gli sprechi della politica. Se i grillini sono dunque gli alfieri indiscussi di una riforma vissuta (anche) come l’occasione per tentare di rilanciare sé stessi dopo il crollo consensuale degli ultimi tempi, l’altro principale partito di maggioranza sta facendo il possibile per limitare al minimo le occasioni di esposizione mediatica sulla consultazione.

Il Pd è infatti fortemente frammentato al suo interno, fra esponenti che sosterranno convintamente la riforma e altri che si sono schierati decisamente per il No e che con ogni probabilità prenderanno parte all’apposita manifestazione indetta per il prossimo 12 settembre a Roma. Emblematico inoltre il fatto che nelle aule parlamentari i Dem abbiamo respinto la riforma nelle prime tre votazioni (quando erano all’opposizione) prima di sostenerla una volta rimpiazzata la Lega al governo con i 5S. Le stesse divisioni sono rintracciabili anche in seno all’opposizione. Il partito di Matteo Salvini ha sostenuto la legge in Parlamento e oggi è ancora nominalmente a favore, pur vivendo con un certo imbarazzo il fatto di trovarsi dalla stessa parte del M5s. E se Meloni spinge senza patemi per la riduzione dei parlamentari, Forza Italia si barcamena come può fra il No e la libertà di coscienza.

In questa fase il vero problema dei partiti è infatti quello di posizionarsi nel modo più indolore possibile rispetto a un risultato che appare scontato: la vittoria del Sì.